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martedì 18 settembre 2012

CHIESA CATTOLICA ED ALCHIMIA


Non è molto semplice dire quali rapporti ci siano stati tra la scienza alchemica e la religione cattolica, anche perché nel corso del tempo questi rapporti hanno subito grandi cambiamenti, almeno sul piano formale. Inizialmente l'alchimia era abbastanza tollerata e i sospetti degli inquisitori erano rivolti per lo più nei confronti degli alchimisti poveri; si riteneva infatti che questi ultimi, a differenza di quelli ricchi, avrebbero potuto cedere più facilmente alla tentazione di evocare il demonio per operare la trasmutazione del piombo in oro, nel caso in cui non ci fossero riusciti con la loro arte. Per il resto però l'alchimia era una scienza di cui si occupavano diverse persone considerate dotte e, tra queste, anche alcuni uomini di Chiesa. Persino chi provò a dimostrare la falsità o l'infondatezza dell'alchimia dovette tuttavia ammettere che "non pure i Filosofi, ma i Teologi ancora e i Santi l'approvano per vera e l'insegnano per buona" (1). 
Una leggenda di epoca medioevale narra addirittura che San Domenico, grazie all'ispirazione divina, riuscì a scoprire il segreto della Pietra Filosofale, segreto che sarebbe stato tramandato poi ad Alberto Magno e a San Tommaso. Certamente questa è soltanto una storia, anche se al dire il vero non sembra essere totalmente priva di fondamento. Alberto Magno dimostra infatti di avere una conoscenza, almeno generale, in materia di Alchimia, soprattutto nel suo trattato Sui Minerali (De Mineralibus). Nel nono capitolo del terzo libro di quest'opera si domanda anche se sia possibile trasmutare i metalli nell'una o nell'altra specie, rispondendosi affermativamente. Altrove lascia invece intendere che secondo lui, tra gli alchimisti, esistono dei veri saggi - Alchimicorum Sapientes - (2)

Per quanto riguarda S. Tommaso la questione è un po' più complessa, dal momento che egli è stato fatto passare alla storia come grande alchimista. Il reverendo Padre Gabriel de Castaigni, dottore in teologia e abate di Sou, scrisse nelle sue Oeuvres tant medicinales que Chymiques: "Ma che diremo dunque di quel grande Dottore Angelico San Tommaso d'Aquino dell'ordine dei Venerabili Padri Predicatori, che egli stesso faceva questa santa opera dell'oro potabile [l'Alchimia]?". In effetti a San Tommaso sono stati attribuiti numerosi libri che trattano di alchimia, i più famosi dei quali sono l'Aurora consurgens, il Trattato della Pietra Filosofale, e il Trattato sull'Arte Alchemica dato a Frate Reginaldo. Alla luce di un'analisi filologica più attenta, però, queste opere sono risultate quasi tutte apocrife e scritte anche parecchi decenni dopo la morte del Doctor Angelicus. Tuttavia non mancano in assoluto dei riferimenti all'Alchimia nei testi (autentici) di San Tommaso. Nella Summa Theologiae egli infatti si pone la seguente questione: è lecito vendere l'oro che è stato ricavato mediante un processo alchemico? L'Aquinate risponde di sì, ma alla sola condizione che l'oro così ricavato abbia esattamente le stesse caratteristiche qualitative dell'oro normale: "Se però con l'alchimia si ricavasse dell'oro vero non sarebbe illecito venderlo" (3). Nell'opera In IV Meteorologicorum expositio (in una parte del testo che però alcuni non attribuiscono a S. Tommaso, ma ad un altro frate domenicano rimasto anonimo) si può leggere: "gli stessi alchimisti, per mezzo dell'autentica arte dell'Alchimia (arte che tuttavia è difficile a causa delle occulte operazioni della virtù celeste chiamata minerale; e queste operazioni, proprio perché sono occulte, difficilmente possono essere imitate da noi per mezzo dei suddetti principi o di ciò che si origina da essi) ottengono talvolta un'autentica generazione dei metalli per mezzo di un'appropriata applicazione del calore, che è l'agente naturale." Tuttavia nel 1317 l'Alchimia fu duramente condannata da papa Giovanni XXII, con la bolla Spondent pariter. Questa bolla prevedeva pene pecuniarie per i laici che praticavano l'Alchimia; i sacerdoti rei dello stesso crimine avrebbero inoltre perso "i privilegi dell'abito". A dire il vero però sembra che il documento si scagliasse soprattutto contro gli alchimisti che "promettono ciò che non possono dare", contro le truffe e le contraffazioni delle monete. Non si può poi fare a meno di notare come questa condanna sia stata emanata solo qualche anno dopo la fine dell'ordine dei cavalieri Templari... Come se, in quel periodo, l'occidente cristiano avesse voluto tagliare tutti i legami con gli aspetti più "iniziatici" della tradizione. Ma, comunque sia, Roma ha parlato e la causa è finita.

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Note:

(1) Benedetto Varchi, Questione sull'alchimia, 1544

(2) Alberto Magno, De quindecim problematibus, XIII

(3) Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, Quaestio 77, art. 2

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