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giovedì 24 gennaio 2013

DANTE E IL MONDO ISLAMICO

Entriamo nel vivo del rapporto tra Dante e il mondo islamico. E' l'una del pomeriggio quando a Dante e Virgilio si apre lo spettacolo atroce e denso di sangue della Nona bolgia: è qui che sono puniti coloro che nel mondo terreno hanno seminato scandali e scismi, ed è qui che sono orrendamente mutilati. L'attenzione dell'Alighieri è completamente rivolta, nel XXVIII canto dell'Inferno, a sottolineare la crudeltà della pena e la feroce evidenza del contrappasso, tralasciando la ricostruzione delle situazioni psicologiche delle figure dei dannati, per cui coloro che introdussero nella società umana le ferite delle discordie, l'atrocità degli odii, delle vendette e del sangue, sono a loro volta orribilmente dilaniati nelle loro stesse carni. Le rime del canto sono forti, le immagini inconsuete, il linguaggio crudamente fisiologico e anatomico e tali sono gli strumenti di cui si serve il Sommo Poeta per accentuare il rigore della condanna e per dar voce direttamente a un sentimento arguto e polemico oltre la soglia del disprezzo. Musa del canto è l'orrore, che affonda le sue radici in una coscienza cristiana che vede sconvolta l'idea di integrale unità politica e religiosa che lo scrittore vagheggia con l'animo proteso a inseguire la sua utopia di pace e giustizia sicura. Da qui nasce la vena polemica, tormentata ed inquieta, della rappresentazione; e le prime due figure ad essere descritte, immediatamente dopo i ventuno versi dell'esordio del canto, sono Maometto e Alì:


"Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com'io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla:
tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e 'l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui veder m'attacco,
guardommi, e con le mani s'aperse il petto,
dicendo: "Or vedi com'io mi dilacco!
vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti che tu vedi qui,
seminator di scandalo e scisma
fuor vivi, e però che son fessi così" 

(If., XXVIII, vv. 22-36)

Materia sozza e laida trattata con una sorta di compiacimento, con parole turpi e aspre. Così viene figurato il profeta Maometto, come una botte che ha perduto un pezzo, ma che non appare così tanto rotta e sfasciata come l'anima del fondatore dell'Islam, Si vedono le interiora, il cuore, il fegato, i polmoni, lo stomaco denominato "tristo", che in tale contesto, precisa il Poeta, è lurido e ripugnante. Maometto si "dilacca", quindi si divarica, apre il proprio corpo. Maometto mostra la propria colpa, il suo essere peccatore di fronte a Dio e al Cristianesimo. Le viscere ostentate nel mondo ultraterreno, corrispondono ai suoi stati emotivi, ai moti della sua anima, quali la collera, l'animosità, l'ira, il desiderio, la bramosia, che tanto avevano caratterizzato la sua personalità sulla Terra. Tutti questi sentimenti gli hanno permesso di essere il fondatore della religione islamica. Maometto mostra al Sommo Poeta anche il cuore, il punto simbolico di collegamento con il mondo spirituale che il profeta si è dato la pena di fondare, affinché tutti potessero accedervi. Spaccato dal mento alla fronte, dove i capelli formano il ciuffo, segue Alì, seguace e cugino di Maometto, e suo genero in quanto ne sposò la figlia Fatima: la sua ferita è complementare a quella del suocero, muovendo dallo stesso punto in direzione opposta. Alì ha il capo rescisso e da questo presupposto bisogna considerare il confronto e lo scambio tra il cuore e il cervello. Quest'ultimo è la sede dell'intelligenza e delle sue componenti speculative, ossia le facoltà della ragione. Un vero e proprio passaggio di testimone. Alì, non è solamente colui che creò un ulteriore scisma, essendo il fondatore dell'Islam sciita, ma rappresenta il secondo anello, dopo il profeta, che ha permesso la trasmissione dell'influenza spirituale musulmana. Non a caso la figura del genero di Muhammad, nell'islamismo è sempre associata ad una percezione profonda della dottrina, sulla base di un noto "hadith" che recita: "Io (Maometto) sono la città della conoscenza e Alì ne è la porta". Un passaggio diretto a conoscenze metafisiche, che trovano il loro ingresso nei principii della fede degli sciiti e che rivelano, nel familiare del profeta, la loro fonte di ispirazione e il lascito di un'eredità sacrale. E' attraverso tali esperienze che si depositano e che trovano il loro terreno fertile spirituale, le vie iniziatiche del Sufismo, l'esoterismo islamico.

Articoli concesso da Chiara Dainelli autrice del libro: "Codice Astronomico di Dante-Il Sapere proibito della Divina Commedia" pagg. 106-108. tutti i diritti sono riservati

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