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mercoledì 23 gennaio 2013

ARALDICA MEDIEVALE 13: IL MOTTO E L'IMPRESA

Si fa abbastanza confusione tra motti, imprese e gridi di battaglia, e spesso si ritiene che l’uno sia sinonimo dell’altro.Ognuna di queste voci araldiche invece procede da una circostanza differente e anche temporalmente esse vanno distinte fra loro. Come si sa, il grido di battaglia ebbe origine pratica nell’incitare un esercito che affrontava un nemico. Il motto, oggi classico ornamento di moltissime armi, intese offrire la spiegazione agli intenti e alle opere del primo personaggio che lo assunse o dell’intero gruppo familiare. La lingua stessa del motto indica molto sulla mentalità e sulle opere della Casata che lo assunse, al di là delle oleografiche parole che vi sono contenute. In genere è scritto in latino e riproduce la frase estratta da un’opera di un famoso autore classico. In questo modo si evocano gli studi di un nobile, le letture preferite sue o della cerchia di eruditi che ne frequentavano la casa o la corte. Questo genere di motti e poi di imprese in latino fiorisce a partire dal Rinascimento, in coincidenza con la ripresa generalizzata degli studi classici, delle traduzioni e delle letture pubbliche di libri latini e greci. In questa fase storica che vede la propria affermazione più importante fra Quattro e Cinquecento, non vengono ammirate solo le opere poetiche e storiche degli antichi autori ma particolarmente i modelli che questi propongono, e quindi gli eroi e i principi del passato che sostituiscono i cavalieri medievali senza macchia e senza paura. Costoro saranno persino imitati nelle loro opere politiche e nei gesti di ribellione, e in antitesi con la Dottrina cristiana, anche la rivolta armata o l’omicidio ascenderanno al rango di atto di liberazione dai tiranni, secondo l’esempio di Bruto. L’araldica inglese, invece, userà frequentemente motti in francese per ricordare le ascendenze normanne e guerriere di tante famiglie dell’aristocrazia. Mentre per sottolineare gli antenati britannici, gaelici o ebrei  e gli studi biblici, non mancano case che conservano motti in inglese o nell’antica lingua celtica e in ebraico. Basterebbe ricordare, fra gli innumerevoli, i motti dei Murray Duchi di Atholl (Furth fortune and fill of the fetters), dei Barony Aylmer (Steady) dei Campbell Marchesi di Breadalbane (Follow me), dei Conti Cathcart (I hope to speed), ;  dei Thicknesse-Touchet Conti di Audley (Je le tiens) dei Baronetti Bellew (Tout d’en haut), dei Percy Conti di Beverley (Espérance en Dieu),dei Baronetti Blois (Je me fie en Dieu), dei Baronetti Borough (Suivez moi), degli Hervey Marchesi e Conti di Bristol (Je n’oublieray jamais), dei Thynne Baroni Carteret (Loyal devoir), dei Brand Baroni Dacre (Pour bien desirer), degli Stanley Conti di Derby (Sans changer, dei Baronetti D’Oyly (Do no ylle: un motto parlante) ; dei Baronetti Edward (Y gwir yn erbyn y byd, La verità contro il mondo); dei Baronetti Aylmer (Hallelujah), dei Baronetti Grant (Jehovah Jiret), quello moderno dei Baronetti Goldsmid che contiene una sentenza biblica (Quis similis tui in fortibus domine: Esodo, XV, 11) . In molti casi i motti diversi dal latino discendono da gridi di battaglia, ben diversamente da quelli nella lingua classica che contengono frasi moralistiche che oggi sembrerebbero del tutto fuori moda. L’impresa costituisce invece una sorta di armi temporanee adottate da un sovrano o da un nobile in caso di un particolare avvenimento come una spedizione, un viaggio, una edificazione. La solita compiacenza per le classificazioni le ha fatto dividere dagli esperti in imprese di corpo e d’anima. In realtà, questo significa che si adottano armi con figure particolari (più che con una figura che sostiene la frase o la parola) o solo con un motto che ne illustra gli intenti. Quasi sempre le imprese non vengono ereditate da altri componenti della famiglia ma vengono usate dai personaggi che le idearono. Ad esempio, Federico II Gonzaga, elevato al titolo ducale, adottava come impresa il significativo motto Olimpos che ricordava la meta raggiunta e i prossimi traguardi che ci si augurava. Mentre Alessandro de’ Medici assunse come impresa la figura del rinoceronte, animale simbolo di grande forza. La salamandra nel fuoco (poiché si credeva che questo animale potesse sopravvivere tra le fiamme) fu impresa di Francesco I re di Francia, e secondo Paolo Giovio fu ideata per manifestare le passioni amorose di cui egli ardeva. In realtà, molto più probabilmente, essa rappresentò il valore militare e la resistenza del sovrano di fronte agli assalti dei nemici e la sua sopravvivenza politica una volta fatto prigioniero da Carlo V.

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati.

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