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mercoledì 28 novembre 2012

ARALDICA MEDIEVALE 8: IL CIMIERO

Cimiero, elmo, svolazzi, sostegni e tenenti costituiscono ornamenti esterni dello stemma spesso più usati all’estero che in Italia. Anche questi elementi prendono origine nel Medioevo da necessità pratiche, diffuse ovunque e presto inserite nelle decorazioni araldiche e nelle armi apposte su palazzi e tombe. Tutti fra loro contemporanei. Il cimiero oggi è confuso con l’elmo: una parte essenziale delle armature che deve difendere il volto, gli occhi, la bocca; l’elmo viene tenuto chiuso nel corso dei combattimenti corpo a corpo ma grate e griglie consentono di vedere il nemico, dalle strette aperture che cercano di evitare i fendenti avversari escono grida e avvertimenti. In genere, lo stemma aiuta a riconoscere il guerriero che combatte all’interno del pesante riparo metallico ma la fusione sempre più elaborata consente agli occhi esperti di riconoscere il rango di colui che fa mostra del suo valore. L’ingabbiatura di ferro, tuttavia, si riscalda presto anche quando i raggi del sole battono appena; e questo specialmente in epoche in cui (XII-XIV secolo) l’optimum climatico prolunga le giornate di bel tempo e di caldo intenso. E’ per questo che sopra all’elmo viene posta una difesa dal sole. Piume, stoffe, veli. Protezioni che molto presto diventano elaborate e decorative, risentendo della fantasia e della moda. Le piume devono essere morbide e sufficientemente lunghe per coprire tutta la testa. L’elemento però è comune a tanti, sui campi di battaglia, e perciò ad esse vengono accostati altri indizi indispensabili per riconoscere i guerrieri anche da lontano. Nei tornei ritorna la stessa esigenza; e ad essi si unisce la necessità di realizzare un oggetto che dimostri eleganza e raffinatezza, in presenza di un pubblico aristocratico di nobili e dame. In primo luogo, con metalli vuoti o leggeri, collanti o fusioni, vengono realizzati ornamenti che sovrastano l’elmo e che costituiscono una seconda figura oltre quella già presente sullo scudo. E’ questa ad essere designata come cimiero. Il suo disegno a volte è del tutto nuovo; spesso invece lo richiama in tutto o in parte. Se diverso, esso sarà spesso d’invenzione; altre volte riassumerà un evento nella vita del cavaliere o della sua famiglia. Il Codice Manasse, un manoscritto realizzato a Zurigo fra il 1304 e il 1340 a cura dell’omonima famiglia, contiene numerosi esempi dell’uso del cimiero già in pieno Medioevo. Nell’immagine della caccia del margravio Enrico di Meiben, il grande stemma è sormontato da un elmo che nella parte superiore è avvolto da un lungo drappo rosso. Al di sopra, si trova quello che sarà poi chiamato il cercine, ossia una specie di cordone colorato che serve a nascondere il punto di fusione e di attacco fra i diversi elementi; qui è una piccola impalcatura che sostiene piume variopinte. Numerosi gli esempi che si possono trarre dal Codice. Nell’immagine del Re Venceslao II di Boemia, il cimiero di uno fra i due stemmi raffigurati, è composto da un disegno di piume, scaccato come l’aquila delle armi. La scacchiera, infatti, è altro elemento comune degli stemmi medievali: da sola o inserita come decorazione delle figure. Essa infatti rappresenta il campo di battaglia su cui gli eserciti medievali, spesso rispettando abitanti e contadini, combattevano fra loro seguendo regole e schemi in cui non venivano coinvolti sudditi e lavoratori. L’immagine dell’Imperatore Enrico VI vede le armi del Sovrano con l’aquila nera e il suo elmo sormontato da un cimiero composto dalla stessa aquila. Nella raffigurazione di Walter von der Volgenweilde, con la spada è raffigurato il suo stemma che contiene un falco in gabbia e, a parte, il cimiero che contiene lo stesso falco inserito in un quadrato che richiama la gabbia ma senza grate. Quella di Gottfried von Neifen ha tre corni da caccia e un cimiero composto da due corni attaccati all’elmo nella loro parte più larga. Altra volta, le armi del cavaliere (una banda sovrastante più due bande a capriolo nella parte inferiore) sono diverse dal cimiero, e questo rappresenta il lato gentile del mondo cavalleresco: il ricordo della dama per cui si combatte nel torneo o che si ricorda sui campi di battaglia; e nel Codice essa è raffigurata a mezzo busto, coronata come la vittoria, impugnante una freccia nella destra e una fiaccola nella mano sinistra. L’uso inglese e scozzese preferisce cimieri con disegni diversi da quelli delle armi, e in genere molto più complessi, come dimostra l’Armorial de Gelre, sempre del Trecento. In questo caso sono numerosi i cimieri che differiscono dagli stemmi; è il caso, tra le altre, delle armi di personaggi importanti come Sir Alexander Stewart e di Sir Robert Erskine. Affianco a cimieri che sono simbolo di forza, potenza e ricchezza, come leoni, aquile, cani, volpi, cinghiali, soli raggianti, si trovano figure che parlano di antenati lontani di cui si è quasi perso il ricordo. Così la mitria vescovile che compone il cimiero dei Conti di Berkeley; oppure la nave naufragata da cui si salvò un antenato dei Conti di Camperdown. O la mano armata di spada dei Duchi di Cleveland che certo ricorda le glorie dell’avo Si Henry Vane che fu cavalierato per il suo coraggio alla battaglia di Poitiers nel 1356. Il cimiero, come le armi, non era considerato esclusivo emblema della nobiltà. Numerosi gli esempi in Centro e Nord Europa. Qui in un primo tempo le figure più antiche sono quelle dei marchi, che cittadini agiati e mercanti imprimono su animali, chiavi, portoni e che poi si trasferiscono sugli scudi e sulle decorazioni, affiancati più tardi da armi parlanti o d’invenzione. In tutti i casi, le figure del cimiero contengono gli stessi colori delle armi. E questa sarà sempre una caratteristica degli ornamenti esterni e degli svolazzi, passata anche nelle regole dell’araldica.

Articolo di Carmelo Currò Troiano. Tutti i diritti riservati

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