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domenica 6 ottobre 2013

SCOPERTO UN MONASTERO BIZANTINO A ROCCA IMPERIALE

L'ultima campagna archeologica a Rocca Imperiale, in Calabria Settentrionale, ha portato alla luce un monastero fortificato risalente ai bizantini e dedicato, con molta probabilità, a Sant'Anania. «Di questo periodo ci è pervenuta pochissima documentazione scritta (per il X secolo, per esempio abbiamo solo il Bios di Nilo di Rossano), ma vi è una copiosa documentazione archeologica», afferma il professor Giuseppe Roma, ordinario di Archeologia cristiana e medievale presso il Dipartimento di Studi umanistici dell’Unical, impegnato da anni nel recupero della memoria storica di questa porzione di territorio. A metà degli anni '90 Roma iniziò a scavare a Persinace dove emerge parte della cinta difensiva eretta dai Longobardi. «Gli studiosi che si erano occupati di questo argomento avevano sempre formulato ipotesi che escludevano la presenza di un confine stabile per i Longobardi del Sud. Il confine, tuttavia, per qualsiasi entità statale non è utile solo per la difesa militare, ma anche a fini economici e fiscali. Avanzai, dopo l’indagine archeologica della cinta fortificata di Sassòne, l’ipotesi, confortata anche dalla copiosa documentazione di scavo, che potesse trattarsi di fortificazioni del limes longobardo del Ducato di Benevento in Calabria. Le successive indagini archeologiche – spiega Roma - confermarono questa ipotesi». Il confine meridionale dei longobardi beneventani ha evidenziato la presenza di cinte fortificate che fungevano da rifugio alla popolazione. Secondo un atto notarile del 1015, il Castrum di Presinace venne trasformato in un monastero dopo che tra il VI e VII secolo fu abbandonato dopo i longombardi di Benevento. L'atto proveniente dall'Abbazia di Cava De' Tirreni pubblicato nel "Syllabus Graecarum Membranarum" di Trinchera e attesta che proprio nell' anno 1015 il monaco Nicole e il figlio Ursulo donarono a Luca del monastero di Sant'Anania il castrum chiamato Rupe del Cieco affinchè edificasse una chiesa dedicata a San Nicola, possa radunare monaci e laici che soffrivano le pesanti incursioni saracene. le indagini a Persinace ha messo in evidenza la presenza all'interno della cinta, di un edificio ad un'unica navata e confrontando la toponomastica citata nell'atto nel 1015 con quelli dell'istituto geografico militare la identificato la postazione fortificata con il sito di Presinace stabilendo così la probabile esistenza a Rocca Imperiale nel monastero di Sant'Anna. Il monastero venne abbandonato e la popolazione si trasferì ai piedi del castello costruito nel XIII secolo. Il gruppo di ricerca, impegnato dal 15 settembre scorso nella quarta campagna di scavo e ospitato dall'amministrazione comunale di Rocca Imperiale, comprende dottorandi, specializzati in archeologia, assegnisti di ricerca e laureandi, con la direzione scientifica del professor Roma e la guida della professoressa Adele Coscarella e della dottoressa Franca Papparella. Con loro anche un gruppo di operai messo a disposizione dal Consorzio di Bonifica, mentre da lunedì arriverà un gruppo di dottorandi dell’Università della California, che faranno esperienza di scavo in Italia.Gli archeologi dell’Unical hanno riportato alla luce finora parte della cinta muraria, una serie di locali, alcune sepolture vuote, la fornace e l’edificio di culto, che sorgeva direttamente sulla roccia: una tecnica di costruzione individuata anche all’interno dell’insediamento di Nocara. L’abside è rivolta ad oriente e i resti emersi indicano che l’architettura dell’edificio religioso comprendeva templon (l’architrave sorretto da colonne che divideva il presbiterio dalla parte dedicata ai fedeli) e  subsellia (i banchi per i presbiteri) e che i locali erano originariamente intonacati e dipinti.I ritrovamenti all’interno del sito ne testimoniano la ricchezza e l’intensa produttività agricola e artigianale. Sono stati rinvenuti utensili e vasellame in ceramica invetriata policroma e protomaiolica, con forme che appaiono finora uniche nel loro genere. E il sito ha restituito anche un deposito di farro e favino: una scoperta sorprendente, perché nell’area non si coltivano più questi cereali. Un campione è stato trasmesso alla Facoltà di Agraria dell’Università della Basilicata, a Potenza, perché ne estragga il dna, individui la variante e stabilisca se sia ancora possibile coltivarlo. 

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