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venerdì 27 luglio 2012

L'ONDINA SICILIANA

Nulla di meglio di una bella nuotata al chiaro di luna, nulla davvero per rinfrancare i muscoli e darsi un po’ di svago con gli amici. Così, il ragazzo si avvicina deciso alla sponda, calca volutamente le orme nella sabbia fina per avvertire meglio la frescura della riva. Abbandona i vestiti poco lontano dalla spuma, mentre attorno i suoi amici stanno già ruzzolando oltre i flutti, sotto l’acqua placida illuminata dal chiarore lunare che ha appena preso il posto del rosso intenso del crepuscolo. Il nuoto, adesso. Svago, certo, ma al contempo pratica sportiva obbligata ed a buon mercato per chi non può permettersi esercizi ginnici di sorta, per i figli del volgo che coi gran signori hanno davvero poco a che spartire. Allora avanti, nell’abbraccio dell’acqua scura, tra la schiuma alzata dai compagni. A lunghe bracciate, il ragazzo si allontana in fretta dalla riva, fende sicuro le acque finché non si arresta. Qualcosa non torna. Qualcosa di troppo, specialmente in quello schema semplice di mare notturno in cui i rumori si perpetuano sempre uguali a sé stessi. Un gorgoglìo alle sue spalle, forse l’indizio di uno dei suoi compagni accorsi per tirargli qualche scherzo. Il guizzo è repentino, e precede con astuzia la mossa che il ragazzo crede sia destinata a lui. Svelto di mano e di nervi, si china nell’acqua in cerca della testa dell’assalitore, le mani che brancolano nell’oscurità fino ad aggrapparsi a qualcosa di vivo. Una chioma. Ma sono capelli troppo lunghi per appartenere ai compagni. Eppure, ormai la presa è salda. Meglio approfittarne e vederci chiaro, dunque. Sott’acqua nuovamente, e via in tutta fretta verso la riva, verso l’aria e la luce lunare. Una donna. E docile, tutto sommato. Tanto da seguirlo spontaneamente e senza fare una piega fuori dal mare. Bellissima. Muta. Il giovane, vinto dall’avvenenza della sua preda, consuma tante, troppe parole rivolgendosi a lei. Le chiede chi sia, da dove venga e cosa faccia sola a quell’ora di notte in mare. A poco vale il conforto del mantello che il ragazzo dispiega sulle sue spalle tremanti. Consumano in fretta la strada verso la casa del nuotatore, abbracciati nella nebbia debole che sale dal litorale. Sull’uscio il ragazzo ritrova la madre in attesa, le affida la sconosciuta affinché venga accudita, consolata, abbigliata con le vesti più degne della sua insolita bellezza. Grata e cortese, la naufraga occupa una povera sedia, al centro tra il ragazzo e la madre. Grata, cortese e tuttavia muta alle risposte dei due come di tutti coloro che transitavano per la capanna, e che invano le chiedevano lumi. Tutt’al più accennava risposte coi segni ad alcune domande, ma mai disse nulla circa la sua famiglia, la patria che aveva lasciato dietro di sé o la cagione del suo raggiungere quella contrada. Estranea, eppure familiare a tutto ciò che le accadeva intorno in un’abitazione non sua in cui però agiva e viveva da consanguinea, tanto amichevole e devota agli usi del paese da annuire con soddisfazione se interrogata sulla sua fede nel Dio dei Cristiani. Passavano i giorni e cresceva la familiarità, al punto che alcuni si arrischiarono a chiederle se non avesse maturato intenzione di coronare l’amore che il giovane ormai provava senza timore per lei sposandolo. La naufraga chinò il capo in segno di assenso, e posò la mano in quella del suo raggiante pescatore. A giorni, anche la madre del giovane prese in considerazione la cosa, ed inaugurò i preparativi solenni informando tutto il villaggio, convocando il prete che in chiesa benedisse l’unione tra il ragazzo e la sua muta – e priva di dote - consorte. I due si amarono teneramente nei giorni, sempre più felici della loro nuova vita insieme. A coronamento dell’unione, la donna concepì e diede alla luce un figlio, che curava con smisurato amore non allontanandolo mai dal suo grembo. Lo allattava, lo lavava, lo fasciava con tenerezza inaudita, mentre il suo cuore di mamma si gonfiava giorno dopo giorno. In occasione di una innocua passeggiata, il padre tenne una singolare conversazione con un amico, che si era fatto preciso dovere di informarlo di come, a suo parere, quella strana sposa apparsa dal nulla, senza passato e senza favella, più che una donna potesse essere una creatura stregata. L’uomo rigettò con convinzione le parole del compagno, ma non riuscì a non ripensare a quando, poco prima delle nozze, il vescovo in persona lo avesse fatto convocare per manifestargli le sue ecclesiastiche perplessità circa quella strana femmina venuta dal mare. Assediato nuovamente dal medesimo ordine di dubbi, il giovane ormai padre iniziò ad assistere al tracollo della sua convinzione un tempo granitica circa quell’unione che tutti attorno a lui giudicavano infausta. Sotto pressione ed attanagliato da un soffocante velo d’ansia, mutò la sua natura divenendo cupo e taciturno, offuscato nella gioia di vivere da quel sospetto che con dovizia di tarlo gli rodeva insistentemente l’anima. Ritrovato l’amico che lo aveva indirizzato lungo la via del dubbio, i due orchestrarono un piano. Rientrato in casa, l’uomo avrebbe sguainato la spada di fronte alla moglie ed al bambino, minacciando apertamente la prima che, se non gli avesse rivelato la verità occultata, egli avrebbe reciso la vita del frutto del loro amore. Così l’uomo fece. La sua sposa indietreggiò, madida di sudore e di paura, ma non aprì bocca finché non vide la lama avvicinarsi alle carni del bambino. Fu allora che ruppe il suo lungo silenzio. “Oh misero!” disse alla sposo livido, “costringendomi a parlare perdi una sposa preziosa.” Ed in lacrime aggiunse amara “sarei rimasta con te ed avrei continuato a farti del bene, se solo mi avessi permesso di osservare il silenzio che mi è stato imposto. Ecco, ora ti parlo perché mi costringi, ma dopo avermi udita non mi vedrai mai più.” Così parlò la naufraga del mistero, per poi scomparire mentre l’uomo cadeva in ginocchio, vinto dal terrore del gesto malvagio che aveva messo in atto. I giorni passarono, ed il fanciullo ebbe una vita ed un’infanzia proprio come tutti i bambini del suo villaggio. Eppure, di quando in quando, lo trovavano a girovagare lungo la riva del mare. Proprio nei pressi del tratto in cui anni prima era stata rivenuta la madre ora sparita. Giochi di bambini, pensavano tutti, usuali in un borgo affacciato sull’acqua. Ma un dannato giorno d’estate, durante una delle sue gite, il bambino entrò in acqua per un bagno. Fece appena qualche passo lontano dalla riva, prima che due braccia di donna gli cingessero la vita e lo trascinassero giù , verso il fondo del Mare di Sicilia, nel regno da cui la sua stregata madre proveniva ed ove ora proprio lei rivendicava il suo ruolo di genitrice occulta. Nessuno lo vide mai più, nemmeno il padre, rimasto ormai solo con i cocci dei suoi sogni di cristallo, impossibili da riparare. Una storia leggendaria, non c’è dubbio. La leggenda dell’Ondina Siciliana.

Undine, olio su tela di John William Waterhouse, 1872 (fonte: wikipedia.org).



















Neanche tanto dissimile da miti affini di demoni femminili come quelli di melusiniana memoria. Fantasia. Vezzo. O almeno così sembra, visto che c’è chi giura che sia accaduto realmente, in terra di Sicilia. E’ Goffredo di Auxerre, abate di Chiaravalle e sodale del ben noto Bernardo, che si prende la briga di riportare questa vicenda, testimoniata da un suo amico religioso al seguito della corte di Re Ruggiero, tra le pagine del suo Super Apocalypsim.
L’Abbazia di Chiaravalle, nei pressi di Milano (fonte: giudittadembech.it).















E’misteriosa, la cronaca della fata-demone, perché riporta una variante insolita del mostro teriomorfo femminile per eccellenza. Sirena. In greco sýrô, attraggo, e seiràô, incateno. Nell’ebraico antico sir o scir, canto. Un frammento vivente di mitologia dei popoli, rispetto alla macro-famiglia delle quali, quella delle ondine va tenuta in assoluto conto per i legami solidi con il regno degli elementari d’acqua tanto caro al principe degli alchimisti, lo svizzero Paracelso.
Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, detto Paracelsus o Paracelso (fonte: wikipedia.org).
















Affini alle fate, eppure prive d’anima e dunque destinate a restare fuori dai cancelli del Paradiso dopo il trapasso, guadagnano redenzione e pietà divina solo catturando l’amore di un uomo, portandolo all’altare, generando un figlio. Comunemente diffuse nei laghi, nelle acque di foresta e nelle cascate, non disdegnano però di adattarsi al mare, come nel nostro caso siciliano. Hanno voci sopraffine. Tanto soprannaturali da doverle occultare (insieme alla loro stessa magica origine) ai mortali, troppo sciocchi per poterle contemplare. Tanto sottili, ancora, da poterle confondere a piacimento col tenue scrosciare dell’acqua. Sanno essere crudeli oltre ogni dire, catturando così saldamente l’attenzione degli uomini da condurli all’inebetimento ed alla morte, proprio come le sirene omeriche e l’insidiosa Lorelei del Reno. Ma possono alle volte essere gentili, come insegna il Nibelungenlied nel quale i Burgundi vengono avvisati dalle ondine stesse, mentre valicano il Danubio, della pericolosità del viaggio che hanno intrapreso. Sta proprio in questo la loro natura più radicale e peculiare. Vaticinatrici infallibili, e come tali capaci di portare con sé il peso delle sovente oscure profezie che, nel loro essere creature soprannaturali in cerca di un riscatto per l’anima diafana capitata loro in sorte, si sforzano di custodire fino all’amaro epilogo.

Articolo di Simone Petrelli. Tutti i diritti riservati

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