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domenica 24 marzo 2013

ARALDICA MEDIEVALE 23: L'ORDINE CIVILE

Esiste molta confusione in merito alla effettiva composizione del “ceto civile” nei secoli passati. Una confusione che rischia di essere variamente interpretata da un autore all’altro, a discapito della realtà storica, e che consente di essere persino manipolata come è avvenuto per secoli a proposito della discussione sul “terzo stato” francese. Un terzo stato che non era certo composto dalla povera gente, come si spiegava nelle scuole, ma da professionisti, commercianti, armatori, proprietari terrieri, tutti impegnati nel tentativo di entrare nella stanza dei bottoni a discapito della nobiltà.
Sotto molti punti vista, il ceto civile (ma anche detto del Popolo o ceto cittadino) subisce la stessa sorte.
Se è vero che popolo e plebe costituiscono due categorie differenti nella concezione di antichi autori, è vero anche che si varia da zona a zona nella composizione di queste categorie, e che il “popolo” comune (non plebe) era comunque molto diverso dal “ceto civile” di cui dobbiamo tener conto se si parla di classe “confinante” con la nobiltà. 
Nelle grandi città medievali i civili concorrevano con i nobili nell’acquisizioni di incarichi; e quasi sempre le cariche erano divise fra nobili e cittadini, variando il numero in diversi secoli. A metà del XV secolo, a Messina i senatori erano metà nobili e metà civili; nel 1453 erano tutti nobili, nel 1454 quattro nobili e due cittadini. Nel 1456 nuovamente la carica fu riservata ai soli nobili. I continui disordini per l’occupazione degli incarichi fece ripartire nuovamente il senato tra le due classi all’inizio del Cinquecento; ed in seguito ai gravissimi scontri nella grande città che si verificarono nel 1516, si convenne che tutte le cariche, dal senato al consolato del mare, dovessero essere ripartite fra nobili e civili. 
Una relazione scritta a Napoli nel 1620 in favore del Duca d’Ossuna, spiegava che in città appartenevano al popolo coloro che vivevano di entrate, svolgevano la loro attività nei tribunali, i mercanti e i commercianti “di rispetto” come stampatori, orefici, architetti, medici, barbieri, speziali, setaiuoli, coloro che vivevano a contatto con la Nobiltà, come segretari, maggiordomi, braccieri, scalchi, aji, cavallerizzi, gentiluomini e “pedanti” (cf. A.LEPRE, Storia del Mezzogiorno d’Italia, I, Napoli 1986, p. 238).
Si tratta di una relazione che comprende uno stato di fatto, e che allarga la composizione di una classe che ha pochi diritti e non gode di particolare prestigio. A che io sappia, non fa neppure uso di stemmi. E’ una relazione indicativa, non scientifica, che include molte categorie, lasciando la porta aperta ad una pericolosa discrezionalità e che certo venne adoperata solo per quel che era, come foglio consultivo.
Diversa è la realtà dei fatti ove davvero esisteva una classe popolare di rilievo. Si pensi ad Eboli dove i “civili” avevano un proprio sindaco distinto da quello dei nobili, si imparentavano frequentemente con le famiglie nobili, facevano uso di uno stemma, ricoprivano le cariche più importanti, sia dal punto di vista ecclesiastico che di quello civile, contavano notai e giurisperiti.
In questo, essi si avvicinavano molto alla classe civile di Messina: una classe, questa, che era davvero in stretta affinità con l’aristocrazia, tanto che, nella divisione annuale delle cariche di senatore o di governatore della Tavola pecuniaria o di Console di mare, se non era possibile per un nobile ricoprire un incarico perché già ricoperto da altri membri dell’aristocrazia, si ricorreva all’iscrizione nel ceto popolare, senza che fosse considerato un passaggio poco dignitoso. Anzi, quando voleva, il nobile poteva ritornare nella vecchia categoria senza nessuna diminuzione per il suo prestigio, tanto era noto per le sue ricchezze e per lo splendore il ceto cittadino. A Messina era famoso il proverbio che diceva: Populares equiparantur nobilibus et pari passu ambulant. Si pensi alla famiglia Labruto, appartenente al ceto civile, le cui prime memorie riconducono a Suor Deodata Labruto, famosa monaca carmelitana, che fu protettrice di Polidoro da Caravaggio durante il suo soggiorno a Messina e che per lei dipinse un importante quadro; suoi pronipoti furono tra gli altri Antonino vivente nel 1661, avvocato fra i più celebri della Sicilia; Placido, capitano delle Furie nel 1725, sposo di una grande nobile messinese; Francesco, eroe dell’assistenza agli appestati nel contagio del 1743; Carlo, sacerdote e teologo; Giovanni, giudice della Regia Udienza nel 1738-39 ed anche protagonista di nuovi eroismi nel corso della peste del 1743. Fu questo personaggio che essendo chiamato a ricoprire la carica nobilitante di giudice della regia Gran Corte, venne aggregato alla Nobiltà. Ecco, in pratica quali erano i veri componenti dell’Ordine civile.
Quando nel 1718 quasi tutte le famiglie civili erano estinte, e per ordine reale entrarono a far parte del ceto molti ricchi mercanti, i vecchi componenti della classe popolare chiesero ed ottennero di entrare a far parte della categoria nobile. Essi furono perciò sostituiti da ricchi commercianti che tuttavia ben presto seppero raggiungere il livello sociale dei vecchi cittadini.
I Capitoli della Sacra Arciconfraternita dei Verdi di Messina, aperta a Nobili e Civili, precisava nella nota 3 del 1805 che per venire ammessi come confrati civili bisognava discendere da persone che avessero ricoperto cariche pubbliche nel ceto cittadino o che si mantenessero con i propri averi, senza aver esercitato impieghi subalterni o servili, o professioni di qualsiasi genere, esclusa quella legale (cf. G.GALLUPPI, Nobiliario della Città di Messina, Napoli 1877).
Mi pare pertanto che tutte le altre interpretazioni sul ceto popolare siano da considerarsi inesatte, e che le aperture di cui si fa ogni tanto menzione siano state menzionate a solo titolo di cortesia da parte di qualche scrittore, senza che ai loro tempi esse abbiano trovato riscontro giuridico.
Anche in altri Paesi d’Europa i cittadini godevano di grande prestigio ed erano solti godere di uno stemma. Unica eccezione fino al Seicento fu la Svezia dove era proibito per i non nobili fare uso di armi; ma poi anche in questa Nazione le classi borghesi riuscirono a fare uso di stemmi senza incorrere in divieti.
Le armi dei civili si differenziano da quelle dei nobili non facendole sormontare da una corona ma da un elmo, come in Germania, Svezia, Norvegia, Danimarca, Olanda, Belgio, Italia, Svizzera, Portogallo. L’elmo può essere posto di profilo o di fronte. In Spagna gli stemmi dei cittadini sono come quelli dei nobili non titolati e quindi senza elmo. In Portogallo gli elmi non devono avere il colore dei metalli in oro e argento. In Francia non si fa uso dell’elmo. 
Carmelo Currò Troiano

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