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venerdì 4 settembre 2015

IN HOC SIGNO VINCES - INDAGINE STORIA SULLA CONVERSIONE DI COSTANTINO

Raffigurazione di san Costantino nella basilica di Santa Sofia a Istanbul. L'imperatore, che la Chiesa ortodossa ha definito «Simile agli Apostoli», proclamandolo santo, è raffigurato nell'atto di dedicare la basilica.

Il mutato atteggiamento di Costantino verso la religione e la Chiesa cristiane ha avuto una rilevanza tale che ancora oggi ne subiamo le conseguenze. Non a torto parte della dottrina parla di una “svolta costantiniana”. Forse è proprio per la portata storica della politica religiosa di Costantino che ci si è interrogati tanto a lungo sul suo fondamento, sulle sue cause più remote. Quando si convertì? Fu sinceramente cristiano? Oppure era mosso da ragioni pratiche? Il risultato di questo plurisecolare sforzo storiografico è stato il sovrapporsi di continue teorie e analisi elaborate sulla base di fonti per la verità non particolarmente attendibili. Occorre premettere, pertanto, che la questione, nonostante i fiumi d'inchiostro versati, è ancora aperta.
IL BATTESIMO DI UN IMPERATORE 

Battesimo di CostantinoQuando Costantino il Grande comprese che la morte era vicina, espresse il desiderio di essere battezzato per purificare la propria anima dai peccati commessi. “Questo è il momento che da tanto tempo aspettavo, assetato e desideroso di ottenere la salvezza in Dio” disse rivolgendosi ai vescovi che erano con lui in quei momenti di profonda angoscia. Costantino spirò a Nicomedia il 22 maggio del 337 d.C., dopo essere divenuto a tutti gli effetti un membro della Chiesa cristiana. Eusebio di Cesarea, amico personale e biografo dell'imperatore, mosso da pietosa compassione, scrisse che “questo sovrano benedetto fu il solo tra i mortali a regnare anche dopo la morte”. L'episodio del battesimo ha indotto alcuni storici a ritenere poco sincera la fede cristiana di Costantino: d'altra parte aspettò l'ora della fine per convertirsi. Ma nulla vi è di più infondato: nel IV secolo d.C. infatti la gran parte dei cristiani sceglieva di farsi battezzare solo in punto di morte. Ciò consentiva di condurre una vita terrena lontana dalla morale evangelica, purificandola dal peccato giusto prima di passare all'altro mondo. È perciò evidente che il battesimo ricevuto da Costantino, per quanto agli occhi di noi moderni possa apparire singolare, vada considerato come il punto d'arrivo, e non d'inizio, del suo percorso di fede. Ma quando e perché avvenne la conversione?

IL CONFRONTO CON LE FONTI

La tradizione cristiana antica tramanda che la conversione si sia verificata nel 312 d.C., a causa di un diretto intervento divino, durante la campagna militare contro il rivale Massenzio che ebbe il suo epilogo nella battaglia di Ponte Milvio. I due autori principali, entrambi cristiani, che ci parlano del prodigioso evento sono Lattanzio (240-320 d.C.), nel “De mortibus persecutorum”, e il già citato biografo di Costantino, Eusebio, vescovo di Cesarea (263-339 d.C.), nella “Vita di Costantino”.
Altri studiosi, diffidenti verso le fonti antiche, hanno proposto come data della conversione il 324 d.C., anno in cui Costantino vinse in una serie di battaglie decisive l'ultimo contendente rimasto, Licinio, il quale perseguitava le comunità cristiane all'interno dei suoi vasti territori. Il trionfo non parve essere soltanto il prevalere di un pretendente al trono imperiale su un altro, ma fu interpretato come la definitiva affermazione del Cristianesimo sul paganesimo sconfitto. Il concilio di Nicea, convocato l'anno successivo da Costantino stesso, sarebbe, secondo i fautori di tale tesi, nient'altro che la conferma dell'avvenuta conversione dell'imperatore vittorioso. È in effetti difficile negare che dopo il 324 d.C. Costantino fosse ormai cristiano, ma ciò non esclude che lo fosse già da tempo.
Alcuni sono addirittura arrivati a collocare la conversione ben prima del 312 d.C.: Costantino si sarebbe convertito al Cristianesimo in gioventù, avendolo conosciuto nella casa paterna. Costretto da ragioni politiche, avrebbe poi tenuto nascosta la propria fede, per poi renderla manifesta a partire dal 312 d.C. Una tesi tanto suggestiva quanto priva di reali appigli nelle fonti. Giusto per completezza dell'esposizione, vale la pena menzionare, seppur di sfuggita, due racconti sulla conversione di Costantino che, per quanto storicamente inattendibili, testimoniano la vivacità del dibattito sulla questione. Il primo è quello di Zosimo, storico vissuto nell'Impero Romano d'Oriente tra V e VI secolo d.C. Nella sua “Storia Nuova” racconta che Costantino avrebbe aderito alla religione cristiana solo dopo aver fatto uccidere il figlio Crispo e la moglie Fausta (326 d.C.): di fronte alla rigida ed esemplare posizione dei sacerdoti pagani, per nulla disposti a concedere la purificazione all'imperatore per una nefandezza di quella portata, Costantino si sarebbe rivolto al Cristianesimo, unica religione che “annullava qualsiasi colpa e conteneva in sé anche questa promessa, di liberare subito da ogni peccato gli empi che la praticavano”. La narrazione di Zosimo può essere messa da parte non solo perché è in contrasto con tutta la tradizione pagana e cristiana sulla conversione di Costantino senza avere conferme in altri autori, ma anche perché proviene da un autore pagano fino al midollo che tentò di spiegare la caduta dell'Impero Romano con la diffusione del Cristianesimo. La seconda “leggenda” è la versione papale diffusa a partire dall'VIII secolo d.C., in base alla quale Costantino avrebbe optato per la fede cristiana dopo essere stato curato dalla lebbra da papa Silvestro. Si tratta di uno dei molti racconti diffusi nel Medioevo per esaltare la figura del primo imperatore cristiano, il che lo rende poco utile ai fini della presente ricerca.
Le possibilità sono molte, le fonti poche. Tutto quel che si può pretendere è un cauto avvicinamento alla ricostruzione più probabile, “sine ira et studio”.

UN LAVORO DI CRITICA STORICA

Escluse quelle teorie che, a causa della loro inconsistenza, non meritano di essere approfondite, resta da analizzare il periodo tra il 312 d.C. e il 324 d.C., anni in cui, come hanno già intuito Simon e Benoit, deve esserci stata l'evoluzione religiosa dell'imperatore che lo portò al Cristianesimo.
Datare la conversione al 324 d.C. significa anzitutto sminuire la portata dei resoconti a sfondo religioso di Lattanzio e di Eusebio, entrambi autori che, al di là di ogni possibile obiezione, avevano conosciuto personalmente Costantino. I sostenitori di questa tesi, tra cui, in primis, Grégoire, ritengono che l'imperatore, pur avendo intuito già dal 312 d.C. l'utilità della religione cristiana per accattivarsi il favore degli abitanti di Roma, si fosse convertito pienamente durante la durissima lotta per la supremazia contro il rivale Licinio. I motivi che spinsero Costantino, secondo tale ipotesi, furono di tipo essenzialmente politico: a guidarlo fu l'utile, non l'anima. Non bisogna dimenticare, ad ogni modo, che alcuni hanno ritratto Costantino come un uomo religioso, inquieto, che, oltre alla ragion di Stato, badava anche alla proprio interiorità: in principio si considerò il discendente di Ercole; dopo si volse a una teologia solare che vede in Apollo il suo centro; da lì approdò a un sincretismo che tentava la conciliazione tra Paganesimo e Cristianesimo in chiave monoteistica. Il 324 d.C., in tale ottica, fu il punto d'arrivo di un incessante cammino di fede. La debolezza di queste teorie risiede principalmente nella mancanza di una prova valida che dimostri che la conversione non possa essersi verificata prima della vittoria su Licinio.
Comunque la si voglia vedere, il 312 d.C. rimane un anno denso di avvenimenti e di vicende che meritano una spiegazione. Davvero Costantino si convertì già durante la campagna in Italia contro Massenzio? Oppure fu l'inizio di un progressivo avvicinamento alla fede cristiana? Fu realmente un anno decisivo per la religiosità dell'imperatore o dovremmo sminuirne la portata storica? E cosa dire riguardo alle visioni prodigiose? Procediamo per gradi. Nell'ottobre del 312 d.C. Costantino si preparava ad affrontare l'atto finale della sua fulminante campagna in Italia contro il rivale Massenzio, che saldamente manteneva il potere a Roma. Aveva già conseguito due brillanti vittorie, una a Torino, a seguito della quale aveva ricevuto l'omaggio delle città della pianura padana, l'altra assediando Verona. Costantino si presentava come il liberatore d'Italia, il baluardo della rettitudine contro la scelleratezza del tiranno. Nell'asprezza della guerra civile, il Dio dei Cristiani, stando agli storici antichi, si manifestò a Costantino in tutta la sua potenza.
Sull'episodio uno dei racconti più vicini cronologicamente è quello di Lattanzio, che scrive il “De mortibus persecutorum” tra il 313 d.C. e il 320 d.C. La sua narrazione merita un'attenzione particolare se si considera che fu il precettore di Crispo, il figlio di Costantino, e che, di conseguenza, fu in stretti rapporti con l'imperatore. Lattanzio racconta di un sogno miracoloso in cui sarebbe stato ordinato a Costantino di far dipingere sugli scudi dei suoi soldati un segno divino per affrontare al meglio la battaglia finale contro Massenzio. Tuttavia Eusebio, nella “Vita di Costantino”, dà una versione dei fatti parzialmente diversa. Scriveva tra il 337 e il 338 d.C., ma era anche lui amico personale dell'imperatore, al punto da esporre in più occasioni fatti che aveva sentito dallo stesso Costantino. Sull'apparizione divina prima della battaglia di Ponte Milvio il suo resoconto è sospettosamente vasto e ricco di particolari, soprattutto se rapportato alle laconiche parole di Lattanzio: si parla di una visione in pieno giorno alla presenza di tutto l'esercito, di un segno nel cielo, di una luce abbagliante e del sogno in cui a Costantino è ordinato di far rappresentare quell'immagine divina sugli scudi dei soldati. L'elemento comune che colpisce il lettore è anzitutto quello del “segno celeste”. Di che figura può trattarsi? Per quanto riguarda la “Vita di Costantino” non ci sono dubbi: è il labarum, l'emblema militare che riporta le iniziali di Cristo e che da Costantino in poi sarebbe diventato uno dei simboli principali del nuovo impero cristiano. Ben altra cosa è individuare il segno di cui parla Lattanzio: “Un X attraversato da una linea perpendicolare con la sommità piegata”. Alcuni storici hanno interpretato la descrizione come un riferimento al labarum stesso, ma la dottrina storiografica prevalente, considerate le molteplici spiegazioni che si possono dare alle enigmatiche parole di Lattanzio, è scettica riguardo a tale tesi ardita. Dunque l'autore del “De mortibus persecutorum” con ogni probabilità non si riferiva al labarum. A ciò può collegarsi un dato letterario: lo stesso Eusebio in una sua opera precedente alla “Vita di Costantino”, la “Storia Ecclesiastica”, conclusa tra il 320 e il 325 d.C., non fa alcuna menzione dell'episodio miracoloso di cui Costantino fu protagonista, né tanto meno di un emblema divino. Altrettanto significativo è il fatto che la prima moneta bronzea in cui è attestato con certezza il labarum risale al 327 d.C., ben dopo i fatti di cui parliamo. Ecco che, di conseguenza, unendo tutti questi indizi, lo spettacolare racconto di Eusebio nella “Vita di Costantino” colloca con ogni probabilità l'adozione del famoso simbolo ben prima della sua reale comparsa tra le legioni, come congetturato da Marcone. È più probabile che possa essere stato utilizzato per la prima volta durante la campagna militare contro Licinio, nel 324 d.C.
L'anticipazione di eventi come l'adozione del labarum aveva il preciso scopo di attribuire all'imperatore una tutela dall'alto fin dal principio. Lo storico di oggi, conseguentemente, ha tutto il diritto di mettere in dubbio il resoconto delle fonti antiche, onde non cadere vittima della propaganda costantiniana. In effetti non possiamo ritenere credibile l'ipotesi di una conversione avvenuta in maniera tanto repentina e netta. E tuttavia il comportamento di Costantino dopo la battaglia di Ponte Milvio sembra confermare che qualcosa fosse cambiato. Le lettere, gli editti e le leggi dell'imperatore in tema religioso sembrano il frutto di un nuovo orientamento, dimostrando la chiara volontà di favorire la Chiesa e di introdurla ufficialmente nella vita pubblica. In tale ottica possono leggersi l'editto di Milano (313 d.C.), con cui era garantita la tolleranza ai cristiani; il riconoscimento del diritto della Chiesa di manomettere gli schiavi (316 d.C.) e del diritto di giurisdizione dei vescovi (318 d.C.); le innumerevoli donazioni. Alla luce di ciò, è evidente che il 312 d.C. rappresenti il principio della svolta religiosa dell'Impero Romano, ma sarebbe azzardato collocare senza riserve a questa data la conversione di Costantino. La prudenza consente al massimo di ipotizzare che dalla campagna d'Italia contro Massenzio Costantino abbia iniziato a manifestare un chiaro interesse per il Cristianesimo e per la Chiesa. Baynes lo spiega ancora meglio: “E' certo che dopo la vittoria agisce esattamente come ci si dovrebbe attendere se il racconto di Lattanzio fosse vero”. Resta tuttavia impossibile stabilire se dal 312 d.C. Costantino fosse già pienamente cristiano oppure se lo sia divenuto definitivamente a partire dal 324 d.C.
Di questa “rivoluzione” rimane da chiarire quali ne furono le cause. Si trattò di una cinica scelta politica oppure di un rinnovamento interiore e di una fede sincera?

LE RAGIONI DELLA SVOLTA

Spesso si è parlato di una scelta di comodo: a detta di Burckhardt, di fronte al dilagare del Cristianesimo Costantino si sarebbe cinicamente adagiato sull'inevitabile fato di Roma. I fautori di simili teorie lo immaginano come il maestro della realpolitik, come il principe machiavelliano in grado di adattarsi ai colpi bassi della fortuna. In realtà il calcolo politico sembra da escludere: la comunità cristiana di inizio IV secolo a.C. era ancora esigua nel numero e rappresentava una ristretta minoranza religiosa.
Oggi si tende a vedere maggiore sincerità nella fede cristiana di Costantino, pur senza aderire alle già accennate teorie che lo ritraggono come un convinto servitore della Chiesa in attesa del momento giusto per mettere a nudo le proprie convinzioni spirituali. Dobbiamo partire dal presupposto che Costantino era un uomo bramoso di gloria e di potere, ambizioso fino all'eccesso e capace di ogni cosa pur di conseguire i suoi scopi. Sognava una nuova Roma, pacificata dai conflitti e assoggettata al dominio di uno solo. Una protezione ultraterrena era esattamente quello di cui aveva bisogno per la sua missione: il politeismo, nonostante gli sforzi di Diocleziano e di molti altri, era superato; il monoteismo cristiano, al contrario, sembrava in grado di soddisfare le sue esigenze di legittimazione e di accentramento. Un solo Dio, un solo imperatore. È proprio sulla base di tali argomentazioni che potrebbero esserci margini per rivalutare, seppur con estrema cautela, la sincerità della conversione di Costantino: in fin dei conti aveva trovato un culto che, almeno all'epoca, si adattava perfettamente alla sua mentalità e alle sue concezioni politiche. Come conciliare però quanto appena detto con l'ambiguità di Costantino in fatto di religione? Risulta infatti dalle fonti che, durante il suo regno, né depose l'antica carica di pontifex maximus, né smise di esaltare i valori del mito e della gloria di Roma. Bisogna tuttavia tener presente che parliamo di un imperatore, una figura universale in cui tutti dovevano riconoscersi. Costantino era un politico troppo raffinato per non sapere che, nell'immediato, aveva ancora bisogno del consenso dei pagani e che dimostrare il suo favore esclusivamente alla minoranza cristiana poteva alienargli appoggi fondamentali. La sua equivocità era dettata plausibilmente dalla ragion di Stato. Su un punto possiamo essere certi: dopo Costantino l'Impero Romano non fu più lo stesso. È esagerato, certo, vedere nella conversione di un uomo il principio della fine dell'esperienza romana. Cionondimeno, al di fuori di alcune sporadiche eccezioni, il cammino intrapreso da Costantino fu seguito dalla quasi totalità degli imperatori venuti dopo di lui: dai suoi figli a Teodosio, da Valentiniano III fino agli ultimi deboli pretendenti al trono imperiale prima della caduta. La cultura medievale enfatizzò all'eccesso la figura del primo imperatore vicino alla comunità cristiana: si pensi a Gerberto d'Aurillac, papa dal 999 al 1003, che scelse di essere chiamato Silvestro II in memoria di quel Silvestro che fu amico di Costantino e che con quest'ultimo realizzò il sogno dell'Impero Cristiano. Gli esempi potrebbero andare avanti a lungo, inducendoci a trarre una conclusione paradossale: la conversione di Costantino, in parte oscura nel suo svolgimento e nei suoi particolari, ha illuminato il tortuoso cammino dell'Europa medievale e moderna. Osservando l'immagine sbiadita dell'evento non vediamo solo un'epoca tramontata e dimenticata. Vediamo anche noi stessi.

Articolo di Giulio Talini. Tutti i diritti riservati.

BIBLIOGRAFIA

Marcel Simon e André Benoit, “Giudaismo e Cristianesimo. Una storia antica”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2005
Robin Lane Fox, “Pagani e cristiani”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2006
Arnaldo Marcone, “Costantino il Grande”, Editori Laterza, Roma-Bari, 2013
John B. Bury, “Cambridge Medieval History. Volumes 1-5”, Plantagenet Publishing, 2011
Zosimo, “Storia Nuova” a cura di Fabrizio Conca, BUR, Milano, 2007
Eusebio di Cesarea, “Vita di Costantino” a cura di Laura Franco, BUR, Milano, 2009
Eusebio di Cesare, “Storia Ecclesiastica” a cura di S. Borzi e F. Migliori, Città Nuova, Roma, 2001
Lattanzio, “Come Muoiono i Persecutori” a cura di M. Spinelli, Città Nuova, Roma, 2005
Andrea Frediani, “Le Grandi Battaglie di Roma Antica”, Newton Compton Editori, Roma, 2009
Alberto Barzanò, “Il Cristianesimo nell'Impero Romano da Tiberio a Costantino”, Lindau, Torino, 2013

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