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La Grande Storia dei Cavalieri Templari

Creati per difendere la Terrasanta a seguito della Prima Crociata i Cavalieri Templari destano ancora molto interesse: scopriamo insieme chi erano e come vivevano i Cavalieri del Tempio

La Grande Leggenda dei Cavalieri della Tavola Rotonda

I personaggi e i fatti più importanti del ciclo arturiano e della Tavola Rotonda

Le Leggende Medioevali

Personaggi, luoghi e fatti che hanno contribuito a conferire al Medioevo un alone di mistero che lo rende ancora più affascinante ed amato. Dal Ponte del Diavolo ai Cavalieri della Tavola Rotonda passando per Durlindana, la leggendaria spada di Orlando e i misteriosi draghi...

venerdì 3 ottobre 2014

LE DONNE, I CAVALIER, L'ARME GLI L'AMORI, LE CORTESIE, L'AUDACI IMPRESE


I tornei e le giostre cavalleresche sono diventati nel tempo elementi spettacolari essenziali del “ tempo della festa” laica che ricorre nella vita di ogni comunità, con la sua portata di rottura della routine e di consolidamento del corpo civico nel rito.  All’origine di questa pratica vi eratuttavianient’altro che un’esigenza dei nobili di allenarsi alla guerra nei mesi invernali, quando le campagne militari e le battute di caccia erano sospese. Fu in un secondo momento, a partire dalla fine dell’XI secolo, che questa esercitazione assunse i modi e i fasti dello spettacolo, sotto l’impulso di un mondo –quello feudal-cavalleresco- al crepuscolo, che legava la propria supremazia, nonché raison d’être, alle armi alla terra. È proprio nel momento in cui  emergono nuove realtà sociali più dinamiche, in grado, pertanto, di minare l’ordine esistente (ad esempio il ceto mercantile, i ceti comunali, la crescente autorità delle monarchie nazionali centralizzate), che va collocato il “canto del cigno” del mondo cavalleresco, ad esempio con i romanzi cortesi  e l’istituzione dei tornei in quanto spettacoli. L’inattualità di tale autoesaltazione nostalgica, sottrae la nobiltà all’hic et nunc della storia per consegnarla direttamente all’immaginario fantastico e senza tempo dei popoli.  D’altra parte, un pubblico vario e vasto si dimostrò velocemente ricettivo nei confronti di queste dimostrazioni pseudo-marziali, così che i tornei assunsero un aspetto sempre più spettacolare e allo stesso tempo rituale (con tanto di cerimoniale), e furono, pertanto, organizzati per celebrare vittorie, ma anche ricorrenze d’altro tipo, persino feste religiose. Questo intreccio di rievocazione storica, spettacolo, culto e festa sotto l’egida della magnificazione del potere era un costume particolarmente in auge presso i sovrani normanni dell’Italia meridionale e Sicilia, attenti a ricreare, come ci ricorda lo studioso S. Tramontana,  «l’atmosfera della grandiosa e sfarzosa rappresentazione, curata da un rigido cerimoniale, quella di un avvenimento ufficiale: la dimostrazione del potere, l’arte cioè di combinare la logica del dominio con la festa, il cui compito era quello di suscitare sentimenti di persuasione, di venerazione, di sottomissione […]Non diversamente, del resto, da quanto, in termini più riduttivi, mettevano in opera, nelle varie aree del regno, feudatari laici ed ecclesiastici con un programma iconografico che riservava […] parte preponderante alla tematica del potere, nella cui espressione simbolica, è stato recentemente osservato, trovava il suo giusto posto sia l’introduzione di motivi tratti dalla cultura dei signori normanni, sia la massiccia presenza di modelli profani, e, appunto, più precisamente politici, che si riallacciavano a precise situazioni storiche di cui la Chiesa stessa si faceva partecipe» (S. Tramontana, L’effimero nella Sicilia normanna, Palermo, Sellerio, 1984, pp. 15-7). In particolare, sembra che i Normanni amassero dar sfoggio dell’opulenza delle proprie corti mediante cavalcate dei cortei regi in occasioni particolarmente importanti (un esempio su tutti, le due cavalcate per le vie di Palermo in occasione dell’incoronazione di Ruggero II). Ed è proprio col nome di “Cavalcata” che nei secoli è stata tramandata, nel comune siciliano di Piazza Armerina (En), la corsa di cavalli in onore di Maria Santissima delle Vittoriea partire dal 1952 “Palio dei Normanni”. Nella “Cavalcata” piazzese culto religioso, rievocazione storica e leggenda si fondono, dato che la Madonna protettrice della città non è altri che quella raffigurata sul sacro vessillo o palio (dal latpalliumun drappo dipinto, si pensada San Luca, e raffigurante la Madonna con Gesù bambino) donato da papa Alessandro II a Ruggero d’Altavilla in occasione della trentennale (1061-91) “crociata” di liberazione della Sicilia dal giogo saraceno, cui venne attribuita la vittoria del fronte normanno. A guerra finita, Ruggero I affidò il signum victoriae alle truppe aleramiche, fatte insediare  nella città saracena di Iblâtasa o Iblâtana (molto probabilmente la Ibla Elatson o Elatton di cui ci parla il geografo Idrisi, corrispondente all’antica Ibla Geleate mezionata da Tucidide), ribattezzata Placia o Platza (in quanto piazza d’armi delle milizie normanne) Anche un’altra prodigiosa “liberazione” è all’origine del culto della Madonna: la liberazione dalla “peste nera” del 1348, grazie al rinvenimento del Vessillo fatale, che nel 1161 i “lombardi” (gli Aleramici) seppellirono, sottraendolo così alla furia distruttrice di re Guglielmo I, detto “il Malo” (nipote di Ruggero I, resse la Sicilia dal 1154 al 1166). Fu la Beata Vergine, apparsa in sogno al sacerdote Giovanni Candilia, a guidare i piazzesi nella badia fortificata sull’eremo di Santa Maria, i quali, rinvenuta la sacra effigie della Madonna Santissima delle Vittorie, la riportarono in città (ricostruita nel 1163, dopo la distruzione ad opera del “Malo”, sulle pendici del colle Armerino) e furono liberati dalla pestilenza A seguito di questi fatti, dunque, tra storia e leggenda, in occasione dei festeggiamenti in onore della patrona della città, nasce Il Palio dei Normanni di Piazza Armerina.  È parimenti in concomitanza con la celebrazione della Santa patrona di Motta S. Anastasia (Ctche ha luogo un poderoso carosello, a sua volta elemento di spicco delle feste medievali più note dell'isola. A differenza del Palio dei Normanni, d’altra parte, i festeggiamenti del comune etneo non sono legati alla rievocazione puntuale di un episodio storico significativo, o almeno a un primo impatto: in alto, infatti, la torre basaltica presidia la festa, opera dello stesso Ruggero I che abbiamo incontrato nella prima tappa del nostro viaggioe la sua evidenza da sola ricolloca nella storia la piacevole atmosfera medievale creata dalla sapiente maestrìa di musici, artisti, sbandieratori -i famosi sbandieratori di Motta-, danzatrici, saltimbanchi. Già nel nome, Motta porta con sé il marchio normanno, che ne ha definitivamente plasmato la geografia di avamposto difensivo della piana di Catania. Un modello insediativo, quello della motta sopraelevata, che i Normanni applicarono capillarmente nei loro domini, dall’Inghilterra all’Italia meridionale, e cheparimenti, si può scorgere nella topografia di  Buccheri (Sr). Analogamente agli altri comuni “normanni” del nostro itinerario, anche questo piccolo borgo dei monti Iblei, ad agosto, è teatro di una festa d’ispirazione medievale, il Medfestla cui peculiarità è rappresentata dai rinomati tamburini, che ai piedi delle rovine del castello infondono l’energia dei loro strumenti alla festa.

Articolo di Eros Reale. Tutti i diritti riservati

IL GIALLO DELLA BIMBA DI ALBENGA

 Il misterioso ritrovamento nell’area di San Calocero, ad Albenga (foto Il Secolo XIX)

L'equipe del prof Philippe Pergola del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana e diretta da Stefano Roascio ha scoperto nell'area di San Calocero nei pressi di Albenga uno scheletro lungo quarantotto centimetri di una bambina che, probabilmente, al momento della sepoltura aveva circa tredici anni. Di per se, la cosa già è molto triste ma ancora più raccapricciante notare come la bimba fu sepolta a faccia ingiù come si faceva talune volte con le persone che non erano degne di guardare il cielo. La scoperta è avvenuta durante una ricerca sul periodo tardo antico e sulla prima cristianizzazionein italia nord occidentale nei pressi di un sepolcreto del V-VI secolo nei pressi di una chiesa. La particolare disposizione delle ossa, ricorda Roascio, deriva dal fatto che una tale inumazione era riservata solo a chi non poteva godere della Resurrezione e quindi indicata ai ladri, assassini intendendola anche come superstizione in quanto era impossibile tornare sulla terra. Alcuni scheletri trovati in una posizione simile furono addirittura inchiodati a terra oppure si trafiggeva il cranio conficcandolo a terra. Il sesso è incerto, ma le prove sembrano virare per una figura femminile, probabilmente di circa tredici anni non morta violentemente. Non lontano da questo ritrovamento sono stati scoperti i resti di una donna di 35/40 anni, che in quel periodo era considerata in età avanzata e i resti di un bambino di quattro anni. Secondo Elena Dellù, archeo-antropologa responsabile dello scavo la vera impresa è scoprire il perchè di quella sepoltura così particolare nei pressi di una chiesa, quindi in un luogo che non accetta i reietti della società. Oggi, 3 ottobre in occasione di un convegno all'auditorium San Carlo, gli studiosi tenteranno di dare altre spiegazioni e qualche conferma ufficiale.

giovedì 2 ottobre 2014

SI INCONTRARONO DAVVERO?


Clemente V e Jacques de Molay si sarebbero incontrati nel mese di agosto e dei colloqui abbiamo due versioni totalmente contrastanti: la prima è quella dei cardinali, riportata nella pergamena di Chinon e ripresa nella bolla Faciens Misericordiam; l’altra è quella di Jacques de Molay, che risulta dai verbali del processo pontificio, quando fu veramente interrogato il 26 novembre 1309. Riteniamo che il colloquio con il maestro generale, datato 20 agosto 1308, se avvenne realmente, non si sia svolto come un normale interrogatorio processuale. In quel momento l’inchiesta pontificia è appena avviata e siamo ancora in una fase interlocutoria, nella quale Clemente tenta di ricondurre la vicenda su un binario giuridico e politico che, secondo il suo modo di vedere le cose, avrebbe permesso d’indicare una via d’uscita, salvaguardando gli interessi e i vantaggi personali di ognuno. Il pontefice spera che il carcere abbia ammorbidito il maestro e lo abbia reso piú malleabile rispetto all’atteggiamento intransigente, dimostrato in precedenza. I cardinali, consci dei desideri del papa, si suppone che abbiano prospettato la possibilità di un compromesso, utile a superare la difficile situazione. La strada da seguire è chiaramente indicata negli atti successivi di Clemente, dove gli imputati se confessano le loro colpe e chiedono perdono, sono assolti. 
Forse tale strategia è stata solo accennata, ma immaginando le immediate reazioni di Molay e crediamo anche di Charney, confermate in seguito dal loro comportamento, fu subito abbandonata dai cardinali e come in ogni difficile mediazione, quando si raggiunge una situazione di stallo, gli abili negoziatori del papa avranno ammorbidito le posizioni, prendendo tempo e aggiornando il tutto a un nuovo incontro, che come è dimostrato dai documenti non avvenne mai.

Articolo di Fabio Giovanni Giannini. Medioevo n.2 Giugno 2011. Per gentile concessione

I CAVALIERI IN CEPPI E CATENE 1307-1308


Le accuse contro i Templari si fanno sempre più violente e a nulla valsero le confessioni, estorte sotto tortura. Una prassi richiesta dallo stesso papa Clemente V. Dopo gli arresti e i primi interrogatori, il 19 ottobre 1307 il grande inquisitore di Francia, Guillaume Imbert, si trasferí nella sede parigina del Tempio, per dirigere e coordinare l’inchiesta: interrogò personalmente 140 Templari e, come previsto dalla procedura, i Domenicani elencarono i capi d’imputazione agli inquisiti: la gravità e la quantità dei reati ascritti impressionarono tutti gli imputati. Dopo dieci giorni di carcere duro, il 24 ottobre anche Jacques de Molay fu interrogato da Imbert, che pretese l’ammissione delle colpe. Il maestro, secondo il verbale, avrebbe raccontato che era entrato nell’Ordine 42 anni prima, accolto dal maestro d’Inghilterra, Hubert de Pérraud (zio del gran visitatore di Francia), a Beaune, nella diocesi di Autun: alla cerimonia era presente anche il maestro di Francia Amaury de la Roche. Il verbale prosegue descrivendo la modalità d’ingresso nell’Ordine: «Dopo aver promesso di rispettare le osservanze e gli statuti del detto Ordine, gli posero un mantello legato al collo. E lui che lo accoglie fece portare una croce di bronzo nella quale c’era la figura del crocefisso, e gli dice e gli ordina di rinnegare Cristo la cui immagine era lí. Cosa che lui fece, sebbene contrario e poi gli fu ordinato di sputare sopra l’immagine, e lui sputò a terra. Interrogato quante volte, rispose sempre sotto giuramento che non sputò se non una volta, e su questo argomento ben si ricorda». Infine respinse ogni altra imputazione, compresa l’accusa di sodomia e confermò quanto l’inquisitore pretendeva. Qualche giorno piú tardi, il 25 ottobre, Guglielmo di Nogaret convocò una grande assemblea presso la casa del Tempio di Parigi, composta dai dottori della Sorbona, dai baccellieri e dai notabili, selezionati per la loro provata fedeltà alla corona. Secondo la tesi piú accreditata, sarebbero stati obbligati a intervenire sia il maestro Jacques de Molay che alcuni fratelli. I collaboratori di Imbert lessero pubblicamente le confessioni dei Templari, e lo stesso de Molay, rilasciò ulteriori ammissioni di colpa (o almeno cosí è riportato da alcuni storici sulla base di una successiva bolla di Clemente V). Il giorno dopo si svolse un’altra riunione pubblica alla Sorbona, con la presenza anche degli studenti, che avrebbe riproposto quanto era avvenuto il giorno prima. Di quelle assemblee esiste la testimonianza diretta di uno dei dottori presenti alla Sorbona, certo Matteo (o Romeo) di Brugaria, che scrisse a Giacomo II d’Aragona: nella missiva, si limita a precisare che il maestro aveva ammesso solo due colpe, quelle relative al rinnegamento di Cristo e lo sputo sulla croce, mentre per tutte le ulteriori accuse aveva detto d’interrogare gli altri fratelli. In sostanza, la lettera riporta le confessioni contenute nel verbale redatto dal grande inquisitore di Francia e non offre alcuna certezza sulla presenza fisica del maestro, né sul suo comportamento in pubblico, cosa che Matteo avrebbe certamente descritto se de Molay fosse stato presente e sull’eventuale reazione della folla alla vista del maestro e degli altri dignitari in catene. Il 26 ottobre 1307 fu un giorno d’intensa attività e di molte iniziative: Filippo scrisse a Giacomo per informarlo che le confessioni, ormai di dominio pubblico, erano state ammesse dal maestro e da altri frati appartenenti all’Ordine; sperava che anche il grande d’Aragona si muovesse e arrestasse i Templari. I Francescani e i Domenicani dilagarono per le vie di Parigi informando il popolo su quanto stava accadendo e sulle colpe dei cavalieri dell’Ordine. Clemente, consapevole che ormai la vicenda gli era sfuggita di mano, intervenne indirizzando a Filippo due lettere: una in forma privata e l’altra in veste ufficiale. Nella prima dichiara: «Senza aver ricevuto alcuna disposizione, mentre eravamo assenti, hai osato far violenza contro i beni e le persone dei Templari fino al punto di arrivare ad arrestarli. Per giunta e per crudeltà, non solo non sono stati ancora rilasciati, ma hai aggravato il tuo operato infliggendo ulteriori sofferenze a loro già provati per essere stati sottoposti alla detenzione: ma sulla qualità di queste sofferenze giudichiamo necessario tacere a causa della vergogna che ne prova la Chiesa e che tu a maggior ragione dovresti provare». La seconda, frutto delle decisioni del concistoro, dove scoprí di non avere piú una vera maggioranza, porta la data del 27 ottobre. Nella missiva il papa ribadisce il ruolo assoluto della Chiesa a difesa della dottrina della fede e, infine, accusa direttamente il re per il sopruso fatto: «Voi avete infierito sulle persone di un gruppo soggetto alla Chiesa di Roma (...) In questa vostra azione cosí inaspettata tutti vedono, non senza ragione, un oltraggioso dispetto nei Nostri confronti e nei confronti della Chiesa di Roma» (Malcolm Barber, Processo ai Templari, Genova 1998). La protesta non modificava la situazione, ma serví a Clemente per riaffermare il suo ruolo di pontefice e con esso la conseguente sovranità sull’Ordine. Il colpo di mano di Filippo pose il papa in una situazione insostenibile e lo indusse a valutare anche la strada dello scontro diretto, ma la via della mediazione gli sembrò piú saggia e piú utile e cosí Clemente inviò a Parigi due suoi legati, con la bolla Ad Praeclaras, che sollecitava il re a consegnare i Templari all’autorità ecclesiastica. Filippo non consegnò i Templari, né concesse udienza alla delegazione del papa, che fu invece ricevuta da alcuni suoi collaboratori. Secondo alcune fonti Clemente li rispedí a Parigi con una lettera autografa che imponeva il colloquio, altrimenti il re sarebbe incorso in una scomunica. Nel frattempo, Imbert, ignorando le proteste del pontefice, continuava a raccogliere o meglio estorcere le testimonianze dei frati utili alla sua inchiesta e, il 9 novembre, interrogò anche Hugues de Pérraud. L’imputato rilasciò un’ampia confessione, secondo le modalità volute dall’inquisitore e ammise l’identica procedura d’ingresso, confermando di averla praticata anche in seguito, nell’accogliere i postulanti e aggiunse che «li conduceva in un luogo appartato e ordinava loro di baciargli la parte piú bassa della schiena, l’ombelico e la bocca, quindi faceva portare una croce e diceva loro che, secondo gli statuti del detto Ordine, era necessario rinnegare Cristo e la Croce tre volte nonché sputare sulla croce e sull’immagine di Cristo crocefisso, dichiarando che sebbene ordinasse ciò, la richiesta non proveniva dal cuore» (Edgard Boutaric, Clemente V, Philippe le Bel et Les Templiers, Parigi 1872). Ammise anche di aver visto una testa adorata in certe particolari riunioni, «di averla tenuta in mano e accarezzata a Montpellier durante un certo capitolo nel quale l’aveva adorata insieme con altri fratelli. Affermò tuttavia di averla adorata con la bocca allo scopo di fingere e non con il cuore, ma di non sapere se gli altri fratelli l’avessero adorata con il cuore. (...) Disse che la testa aveva quattro piedi, due avanti e due dietro» (Jules Michelet, Le procès des Templiers, Parigi 1841-1851). Un’ammissione utile a sostenere le accuse di idolatria piú volte mosse nei confronti dei Templari (vedi anche, nel capitolo successivo, il box alle pp. 136-137). Mentre Imbert completava il suo lavoro, il 17 novembre Clemente inviò a Parigi il proprio cappellano, Arnaud de Faugères, per incontrare Filippo e conoscere i dettagli su come si erano svolti gli arresti e quanto era emerso dai primi interrogatori. Il pontefice, ancora una volta in ritardo, non fu convinto dalle risposte riferite e, finalmente, emanò la bolla Pastoralis praeminentiae, che sospendeva l’inchiesta del monarca e avocava l’indagine alla Santa Sede. La decisione del papa tolse qualsiasi ruolo all’inquisitore di Francia, che rischiava la scomunica se avesse ignorato le sue disposizioni. Imbert concluse rapidamente l’indagine e il 24 novembre consegnò tutti i verbali alla curia pontificia. Il re temeva i tempi lunghi e aveva urgenza di celebrare e chiudere il difficile processo. Invece Clemente intendeva usare la politica del rinvio, come un ricatto per allontanare l’altra pericolosa minaccia, quella di un processo contro Bonifacio VIII, velatamente richiesto dallo stesso Filippo e ufficialmente da Nogaret e dalla famiglia Colonna. Durante la sospensione dell’indagine, il re avviò una campagna diffamatoria contro Clemente, e furono avanzate velate insinuazioni di presunte collusioni con gli eretici templari: il papa era forse posseduto dal demonio? E, per dimostrare che era disposto ad andare fino in fondo, il 25 marzo 1308, Filippo spedí la convocazione degli Stati Generali, programmata a Tours per il 5 maggio successivo: nel testo, erano elencati tutti gli errori e le colpe commesse dall’Ordine del Tempio. A Filippo, sempre il 25 marzo, erano giunte le risposte ai quesiti sulla legittimità delle sue azioni sottoposti ai dottori della Sorbona. Pronunciamenti che giustificavano solo parzialmente l’operato della corona, mentre affidavano la questione dei Templari all’autorità della Chiesa. E, per quanto riguardava i beni dell’Ordine, i dottori affermarono che appartenevano alla Chiesa e le risorse economiche dovevano essere impiegate per lo scopo che erano state accumulate, quello della crociata. Sebbene il documento confermasse la validità dell’operato del re e ammettesse l’eresia dei Templari, Filippo decise di non divulgarne il testo, poiché imponeva di consegnare i frati alla Santa Sede. Le convocazioni per la riunione degli Stati Generali erano state preparate in molte copie e furono inviate ai balivi che avevano il compito di moltiplicarle per tutte le zone di loro competenza. Ogni villaggio e ogni borgo del regno fu informato dell’incontro e incaricato d’inviare i propri rappresentanti nelle città piú vicine per le assemblee di zona. In quelle sedi periferiche si sarebbe discussa la questione dei Templari, dando lettura delle loro confessioni. Una mobilitazione senza precedenti, che aveva il duplice scopo di diffondere e documentare le prove contro l’Ordine e di giustificare l’operato del monarca. L’assemblea tenne la sua prima seduta, a Tours, il 5 maggio, e i lavori si protrassero per circa dieci giorni. Il documento conclusivo del dibattimento appoggiava le scelte compiute dal re e chiedeva di agire contro il Tempio, senza indugio. Forte del mandato popolare, Filippo si preparò all’incontro con il papa e, il 26 maggio, raggiunse Poitiers. Il pontefice convocò il concistoro pubblico per il 29 maggio, nel palazzo reale di Poitiers: erano presenti tutti i cardinali, i consiglieri del re e le maggiori cariche ecclesiastiche e laiche del regno. I collaboratori di Filippo seguivano un piano preordinato per attaccare le posizioni assunte da Clemente e il ministro Plaisians fu il primo ad aprire lo scontro, affermando pubblicamente che il clero e il popolo erano schierati con il monarca, mentre la figura del pontefice era sempre piú isolata. Quest’ultimo non si scompose mai, e quando, alla fine, prese la parola si dichiarò pienamente d’accordo nell’odiare il male, a cui si doveva contrapporre il bene, regola fondamentale per tutti gli ecclesiastici e soprattutto per il papa, ma la lotta al male poteva compiersi soltanto rispettando la giustizia. Clemente parlava in latino, intercalando ciò che riteneva importante in francese, perché tutti comprendessero. Ripercorse parte della sua vita ricordando che prima dell’investitura a pontefice non aveva avuto modo di conoscere direttamente i Templari, anche perché nella zona in cui viveva si erano registrati rari casi d’adesione a quella milizia. In seguito ebbe modo di conoscerli meglio e molti di loro gli sembrarono uomini pii, ma questa personale impressione aveva poca importanza se si fossero macchiati d’infamia, in quanto li avrebbe odiati come era suo dovere e li avrebbe processati. Quindi preferiva non agire in modo impulsivo, considerando che l’onestà e la ponderatezza erano i piú saggi consiglieri per un pontefice. Inoltre precisò che se anche aveva parlato dei Templari con il re, al momento della sua investitura a Lione, non ritenne le accuse fondate e per quanto riguardava i colloqui successivi di Poitiers non si ricordava molto. Comunque credeva alla buona fede di Filippo e dei suoi collaboratori, che avevano agito non per avidità, ma per la difesa del cristianesimo e pertanto i beni del Tempio «avrebbero dovuto essere messi a disposizione della Chiesa e usati per la Terra Santa». Concluse garantendo di svolgere rapidamente l’inchiesta e promise l’indulgenza a tutti i fedeli che s’impegnavano a recitare ogni giorno cinque Padre Nostro e sette Ave Maria, per implorare l’Altissimo affinché lo sostenesse nella sua missione, a gloria di Dio. Clemente aveva promesso di attivarsi per la verifica, ma in sostanza era libero d’agire come meglio credeva. Il re era rimasto insoddisfatto e non voleva chiudere la questione in quel modo, senza garanzie di una soluzione a lui favorevole. Il 14 giugno, durante un’altra sessione generale, Plaisians fu costretto a riprendere la parola e rinnovò le richieste fatte dal re: la prima riguardava l’avvio immediato di tutti i processi in Francia e fuori del regno, per giudicare i Templari; la seconda sosteneva la revoca immediata della sospensione dell’inchiesta regia in corso; la terza, poiché le colpe erano state ampiamente dimostrate, imponeva di procedere senza indugio all’espulsione dell’Ordine dalla Chiesa, rappresentando una pericolosa minaccia per la cristianità. Clemente cercò di riprendere in pugno la situazione, interrompendo piú volte Plaisians e provocando un violento battibecco. Quando finalmente il papa riuscí a parlare per trarre le conclusioni del concistoro, ribadí con forza le proprie posizioni e il re, non potendo piú replicare, si riservò di comunicare le proprie decisioni dopo aver consultato i suoi consiglieri. Anche se le divergenze sembravano destinate a perdurare, la Chiesa e la Corona erano obbligati a mantenere una sotterranea alleanza per conservare il proprio potere. E cosí il papa, per dimostrare la sua disponibilità alla collaborazione, il 18 giugno inviò una lettera ai prelati e ai principi elettori tedeschi per proporre la candidatura di Carlo di Valois, fratello di Filippo, alla guida dell’impero, il cui trono era rimasto vacante dopo l’assassinio di Alberto d’Asburgo d’Austria: un gesto che contribuí a rasserenare i rapporti con il re di Francia, il quale accettò l’inchiesta del papa sul Tempio. Cadeva cosí la pretesa dell’immediata soppressione dell’Ordine, la cui fine gli avrebbe permesso d’incamerarne i beni. Il re sopperí a questa perdita, promettendo che avrebbe amministrato il loro patrimonio in modo oculato. In sostanza non cambiava molto, visto che fin dagli arresti dei Templari disponeva delle risorse dei frati come meglio credeva e grazie a questi introiti a Parigi erano ripresi i lavori della cattedrale di Notre Dame. Clemente volle poi dare un’ulteriore prova di fiducia e di distensione verso il re: il 5 luglio, riabilitò Guillaume Imbert e lo riconfermò nel ruolo di grande inquisitore di Francia. Subito dopo emanò la bolla Subit assidue, nella quale ribadí che non era mai stato informato degli arresti dei Templari. Poi, per dare ordine ai lavori e al ruolo primario della Santa Sede, dal 9 al 12 luglio, nominò i curatori pontifici per l’amministrazione dei beni templari e, il 13, stabilí la composizione delle commissioni episcopali per tutte le piú importanti diocesi di Francia. Ogni commissione era presieduta dal vescovo locale, coadiuvato da due canonici della cattedrale, da due Domenicani e da due Francescani: in sette avrebbero provveduto a istruire l’inchiesta per l’accertamento della colpa dei singoli Templari. Infine, Clemente annunciò l’imminente trasferimento della curia pontificia da Poitiers ad Avignone. Filippo, ottenute le importanti concessioni, il 20 luglio rientrò a Parigi, lasciando presso il papa, come ospiti permanenti, i suoi fedeli collaboratori: l’arcivescovo di Narbona, Nogaret e Plaisians. Oltre a controllare le mosse del papa, i tre avevano ricevuto l’ordine di ostacolare l’inchiesta della Santa Sede, rinnovando anche la richiesta del processo contro Bonifacio VIII. Clemente, per ribadire la sua assoluta autorità in materia ecclesiastica, pretese d’interrogare personalmente i Templari e Nogaret si dichiarò disponibile al trasferimento dei prigionieri. Una scorta di arcieri e balestrieri, prese in consegna il gruppo dei Templari scelti per l’incontro, che furono condotti a Chinon, dove vennero gettati nelle prigioni.  Il 12 agosto, in base alla data ufficiale della bolla, dopo aver interrogato 72 Templari – ma non il gran maestro (vedi box alle pp. 128-129), né gli alti dignitari dell’Ordine –, che a gruppi erano stati scortati alle udienze di Poitiers, Clemente prese la grave decisione di procedere contro l’Ordine, non solo nel regno di Francia, ma anche negli altri Stati ed emanò la Faciens Misericordiam, che imponeva a tutti i regnanti d’arrestare i Templari per sottoporli a tortura e interrogatorio, al fine di accertarne le colpe. Clemente non accettò mai l’idea che una congiura ordita a danno del Tempio avesse potuto costruire una simile campagna diffamatoria, perché la riteneva troppo rischiosa e troppo ampia per non avere qualche fondo di verità. Né si pose mai il problema del perché tutti, alla fine, confessassero le colpe di cui erano accusati. Era anche a conoscenza delle torture e sapeva che i prigionieri dopo i suoi incontri, tornavano nelle mani di Nogaret. Questa prassi, anomala per un’inchiesta della curia pontificia, avrebbe dovuto almeno insospettirlo, ma non lo fece. Anche le confessioni del maestro e degli altri dignitari sembrano inverosimili, come l’inginocchiarsi per chiedere perdono delle loro colpe blasfeme. Se Clemente ha davvero creduto a tali confessioni, ha dimostrato tutta la sua ingenuità (che però non palesò in altre delicate questioni giuridiche); se invece si è reso complice del complotto, allora risulta coerente con la scelta di campo che ha compiuto e cioè quella di evitare a ogni costo il processo contro Bonifacio VIII, che avrebbe provocato lo scontro diretto con il re e una probabile scissione della Chiesa gallicana. Sempre in data 12 agosto, Clemente emanò un’altra bolla, la Regnans in Coelis, per indire un apposito concilio, convocato per il 1° ottobre 1310 a Vienne, che avrebbe affrontato la questione templare e si sarebbe dovuto pronunciare anche sull’ipotesi di una nuova crociata. Infine, con la bolla Ad omnium fere notitiam, precisò che i beni dei Templari erano di proprietà della Chiesa. Nello stesso agosto del 1308 giunse in Occidente una notizia che dirottò l’attenzione da quanto accadeva a Chinon e forse contribuí alla svolta definitiva per il destino del Tempio. Nel precedente mese di luglio, una galea, salpata da Costantinopoli per portare rifornimenti alla guarnigione greca di Rodi, fu sospinta da una tempesta verso Famagosta. Un cavaliere cipriota riuscí a impossessarsene e la consegnò alle forze genovesi che operavano con gli Ospitalieri. I loro emissari convinsero il comandante della galea a negoziare la resa della guarnigione: posto un blocco navale intorno all’isola e aperte le trattative, il 15 agosto 1308 Rodi si consegnò nelle mani degli Ospitalieri. La conquista dell’importante caposaldo fu salutata come una grande vittoria crociata. In quel momento i Templari erano in prigione, accusati d’eresia, e la diffamazione nei loro confronti, diffusa dal Nogaret e dai Domenicani, aveva raggiunto tutte le province del regno, compresi alcuni Stati esteri. Gli uomini di Filippo non avevano piú bisogno di calcare ancora la mano contro il Tempio, era sufficiente esaltare l’eroismo e la grandezza degli Ospitalieri: il confronto tra i due Ordini era sotto gli occhi di tutti e pendeva a favore dei secondi.

Articolo di Fabio Giovanni Giannini. Medioevo n.2 Giugno 2011. Per gentile concessione

LA TAVOLA ED IL FOCOLARE

Nella casa medievale, un unico ambiente, dall’arredo essenziale, è deputato alla preparazione e cottura dei cibi e alla consumazione dei pasti. Fanno eccezione le abitazioni più ricche, che dispongono di una vera cucina, attrezzata di tutto punto. Per noi, oggi, è assolutamente normale parlare di cucina, per definire l’ambiente opportunamente attrezzato, che in un’abitazione è destinato alla preparazione e alla cottura delle vivande. Ma per i nostri antenati medievali non lo era altrettanto, o almeno non lo era per tutti. All’epoca, infatti, sono ancora una volta i ceti più abbienti a poter disporre, nelle loro ricche dimore, di un locale, talvolta separato dal resto dell’abitazione, nel quale venivano preparati i pasti. Di norma, infatti, per la maggior parte della popolazione, la cucina era costituita da un solo ambiente, che spesso coincideva con l’unico spazio abitativo, dove si provvedeva tanto alla preparazione quanto alla consumazione dei pasti. In ogni caso, comunque, tutto ruotava intorno al focolare e, solo verso la fine del Medioevo, al caminetto, più o meno grande a seconda delle dimensioni della stanza e delle possibilità economiche del padrone di casa. Qui si cuocevano tutti i cibi, all’infuori di quelli che richiedevano di essere infornati, secondo un metodo di cottura abbastanza popolare nel Medioevo. A questo proposito, va detto che di norma le case – all’infuori di quelle più ricche – non possedevano forni propri, che erano invece di proprietà dei fornai, quando non del signore locale, i quali cuocevano a pagamento il pane o le torte e i pasticci che venivano loro portati. Diffusa era, comunque, la pratica di cuocere questi cibi sotto le braci del focolare domestico e, più tardi, del caminetto, anche se quest’ultimo svolse a lungo solo una funzione di mero riscaldamento. Fermo restando il ruolo centrale del focolare, munito di corde e di ganci ai quali appendere i diversi recipienti per la cottura, l’arredamento della cucina era spartano. Non mancavano, tuttavia, anche nelle case più povere i treppiedi in ferro battuto, la cui funzione era quella di mantenere le pentole a una certa distanza dal fuoco, mentre i tegami di uso quotidiano venivano appesi a ganci fissati alle pareti o poggiati su rudimentali mensole. C’era poi una madia in legno, che veniva impiegata per impastare il pane e che era corredata, a sua volta, da un buratto, un grande setaccio usato per abburattare la farina, ovvero per separarla dalla crusca. Soprattutto nelle cucine di città, doveva poi esserci una tavola, montabile su cavalletti all’occorrenza – che funzionava tanto da piano di lavoro quanto per la consumazione dei pasti – e qualche sedia. Di più non sappiamo, ma è lecito supporre che l’arredamento della cucina si limitasse a quanto abbiamo appena descritto. Infatti, in questo ambiente dell’abitazione trovava posto solo quanto veniva usato quotidianamente, mentre il resto delle derrate veniva immagazzinato in cantina o nei granai. Ma il centro di tutto resta, giova ricordarlo, il focolare, che talvolta poteva anche trovarsi all’esterno dell’abitazione, forse per sventare il pericolo di incendi, dal momento che per lungo tempo il grosso delle strutture architettoniche fu in legno. A partire dal XIII secolo, però, di norma il focolare si trova all’interno della casa, dove occupa il centro della cucina o uno spazio addossato a una parete. A seconda delle possibilità economiche del proprietario, poteva essere composto da un fuoco centrale e da altri più piccoli, di supporto a quello maggiore. Il focolare, quasi sempre aperto, si trovava, nella maggioranza dei casi, sul pavimento in terra battuta del locale che lo ospitava, ma talvolta poteva anche essere in una posizione leggermente rialzata. In entrambi i casi, poteva essere circondato o lastricato con pietre o mattoni, che ne delimitavano l’area, in genere, comunque, piuttosto ridotta. A questo proposito va detto che gli scavi archeologici hanno rivelato come la disponibilità finanziaria del proprietario fosse direttamente proporzionale all’ampiezza del focolare, che poteva andare dal mezzo metro o poco più delle abitazioni più povere ai due metri e oltre di quelle signorili. Per cuocere gli alimenti – e in particolare, i legumi e le zuppe – si usavano recipienti in ceramica, di capacità diversa, a seconda delle esigenze. In terracotta erano, invece, i vasi destinati alla conservazione delle derrate di uso comune, come i cereali, i legumi e l’olio. E sempre di terracotta, ma muniti di beccucci, erano i recipienti usati per conservare i liquidi. Esisteva, poi, tutta una serie di contenitori anche in metallo, destinati alla cottura dei cibi, che potevano avere forma chiusa o aperta a seconda che servissero per cuocervi cibi liquidi o più consistenti. Al primo tipo appartenevano le olle, recipienti in pietra ollare usati per bollire gli alimenti, che con l’andare del tempo furono soppiantate quasi in toto dalle pentole ansate, che potevano essere a fondo piatto o convesso, per sfruttare meglio il calore del fuoco. A forma aperta erano, invece, le comuni padelle in ferro, i tegami, disponibili in diverse dimensioni, i paioli in rame o in bronzo, e i testi usati per cuocere, ad esempio, le focacce. In metallo erano spesso anche le tazze nelle quali abitualmente si servivano brodi e minestre. Paradossalmente gli scavi archeologici ci hanno restituito, in maggioranza, i resti di recipienti in terracotta o in ceramica, anche se pare fossero più usati quelli in metallo: ciò si spiega con il fatto che quest’ultimo materiale era spesso reimpiegato per realizzare oggetti di vario tipo. Gli inventari delle case più abbienti rivelano la presenza – e quindi l’uso – di spiedi, di girarrosti e di graticole, tutti oggetti comunemente impiegati per la cottura degli arrosti, senz’altro la vivanda preferita dalle classi agiate. Esisteva, poi, anche una vasta gamma di stampi metallici, nei quali venivano cotti torte e pasticci, sia salati che dolci. Dagli antichi trattati sappiamo dell’impiego di ferri da cialde e di grattugie per il formaggio, anche se per triturare i diversi ingredienti, che entravano nella composizione, ad esempio, di una salsa, lo strumento di più largo impiego resta il mortaio, immancabile nelle cucine del Medioevo. Si trattava di mortai generalmente in legno, ma ce n’erano anche di metallo, come quelli in bronzo che gli speziali usavano per macinare le spezie. Anche se gli inventari parlano in genere di strumenti metallici, perché di maggior valore, di sicuro in cucina trovava largo impiego il legno: per i recipienti destinati alla preparazione, o alla conservazione degli alimenti, come le acetiere e le saliere, ma anche per il vasellame da tavola, come le scodelle, o i mestoli e i grandi cucchiai usati per mescolare e servire le vivande. Questi ultimi potevano essere anche in metallo, rame soprattutto, così come i colini e le schiumarole. Di legno, spesso decorato, ma talvolta anche di osso, erano pure i manici dei coltelli, in metallo, che i commensali usavano comunemente insieme con i cucchiai e con le prime forchette, che proprio verso la fine del Medioevo incominciarono finalmente a conoscere una certa diffusione. Tutti questi strumenti venivano impiegati durante la cottura degli alimenti, procedimento al quale si annetteva una fondamentale importanza. Perché se la prima preoccupazione del cuoco doveva essere quella di rendere gradevoli al palato e alla vista i diversi piatti che preparava, non bisogna dimenticare che in epoca medievale a chi cucinava si richiedeva anche che fosse un po’ medico. Tutti gli chef del tempo, infatti, mostrano una grande attenzione ai principi della dietetica, sia nell’approvvigionarsi dei diversi ingredienti che nell’assemblarli in maniera adeguata e, soprattutto, nel cuocerli in modo tale che risultassero quanto più possibile di facile digestione. Ciò era tanto più vero per quanto riguardava le carni, l’alimento principe delle mense medievali. Così, ad esempio, la carne di maiale, poiché grassa, era ritenuta “umida” e, pertanto, veniva riservata alle cotture arrosto. Il principio, tuttavia, si applicava ai suini giovani e consumati freschi, mentre nel caso della carne salata, ritenuta “secca”, si preferiva bollirla, per restituirle in questo modo un po’ di umidità. La bollitura era anche il metodo riservato alla carne di manzo, considerata particolarmente “secca”. Il pollame, poiché “freddo”, veniva riscaldato tramite bollitura e servito con salse calde e riccamente speziate. Il pesce, invece, “freddo e umido” al pari dell’acqua, l’elemento nel quale vive, veniva disseccato ricorrendo alla frittura. La bollitura, in definitiva, era il metodo più diffuso, ma molto usate erano anche le cotture per così dire associate, in cui alla bollitura seguiva l’arrostitura e questo avveniva di certo per intenerire la carne, spesso coriacea, ma anche per dissalarla, dal momento che tutt’altro che infrequente era l’impiego di carne conservata, in genere sotto sale. Scegliendo un certo metodo di cottura, il cuoco doveva quindi privilegiare sempre quello che gli avrebbe consentito di adeguare gli umori naturali del cibo alle esigenze di salute di chi poi lo avrebbe consumato.

Articolo di Clara Tartaglione. Medioevo n.1 Gennaio 2014. Per gentile concessione

mercoledì 1 ottobre 2014

XIII EDIZIONE DI "MEDIOEVO IN LIBRERIA - CICLO DI CONFERENZE, EVENTI E VISITE GUIDATE DAL 18 OTTOBRE ALL'11 APRILE 2015

Dopo il crescente successo delle precedenti edizioni, torna anche per il biennio 2014/2015 “Medioevo in Libreria” giunto alla sua tredicesima edizione.
Il format, ormai consolidato e decisamente gradito dal pubblico, prevede visite guidate al mattino, proiezioni video e conferenze al pomeriggio.
Questa edizione è dedicata al tema della “Fede e devozione nel Medioevo”. Le visite guidate ci porteranno alla scoperta delle meraviglie medievali di Milano, sviluppando un percorso volto a riscoprire il rapporto che i milanesi hanno con i loro santi, selezionando e trattando singolarmente sette chiese della città: partendo da qualche nota biografica e iconografica, e non disdegnando l’ausilio dell’agiografia, entreremo di volta in volta in questi luoghi sacri per scoprirne le bellezze architettoniche e artistiche e svelando anche qualche mistero tra sacro e profano.
N.B.: La durata prevista per ogni visita varia da un massimo di circa due ore a un minimo di 45 minuti circa. Il costo delle visite è fissato in 5,00 € a persona e comprende gli ingressi a pagamento previsti dal programma. A cura di Mauro Enrico Soldi e Maurizio Calì.
“Medioevo in Libreria” è una produzione dell’Associazione Culturale Italia Medievale in collaborazione con il Civico Museo Archeologico di Milano. Tutti gli incontri pomeridiani avranno luogo con inizio alle ore 15,30 presso la Sala Conferenze del Civico Museo Archeologico di Milano (Ingresso da Via Nirone, 7).
Il Museo Archeologico è collocato in un contesto architettonico straordinario, l’ex-convento del Monastero Maggiore di San Maurizio, fondato nell’VIII secolo d.C., dove la storia di Milano antica mostra ancora visibili le sue tracce. L’area era occupata da un edificio residenziale di I secolo d.C., dalle mura e dal grande circo romano adiacente al palazzo imperiale della fine del III secolo d.C., di cui si sono conservati consistenti resti.

Programma
Sabato 18 ottobre 2014 
Ore 11,00Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata alla Basilica di San Lorenzo e Porta Ticinese. Costo: 5 euro. Ritrovo davanti all’ingresso in Corso di Porta Ticinese, 35A cura di Mauro Enrico Soldi. Ore 15,30: Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato. A cura di Italia Medievale 
Ore 16,00Glauco Maria Cantarella, Università di Bologna: Il papato da Leone IX a Gregorio VII: l’invenzione del passato. 
Glauco Maria Cantarella (Recanati 1950). Professore straordinario di I fascia, insegnamento Storia Medievale (Corso di Laurea Triennale in Filosofia) e Storia dell’Europa Medievale (Laurea Magistrale 84 in «Scienze Storiche») presso l’Università degli Studi di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia. Docente nel «Master Histoire et Archéologie Médiévales» [HISTARMED, Corso di Laurea Europeo di II Livello fra le Università di Lione, Bologna, Granada, Varsavia], e già presidente del Corso di Laurea Specialistica in «Culture del Medioevo e Archivistica», è coordinatore scientifico del Dottorato in Storia Medievale. E’ membro del Consiglio Scientifico dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo (Roma) e dell’IGK-Politische Kommunication (Frankfurt am Main) come Antragsteller. E’ consulente e responsabile di varie iniziative editoriali (tra le quali la produzione di Audiolibri di Storia Medievale, Brontéion, Bologna).
Sabato 15 novembre 2014
Ore 11,00Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata guidata all’Abbazia di Santa Maria Rossa. Costo 5 euro. Ritrovo davanti all'ingresso in via Domenico Berra, 11. A cura di Maurizio Calì. 
Ore 15,30Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato. A cura di Italia Medievale 
Ore 16,00: Marco Meschini, Università della Svizzera Italiana: Dalla parte di Dio. Bernardo di Chiaravalle e i Cistercensi. 
Marco Meschini Specializzato in Medioevo, storia culturale, religiosa e politico-militare. 18 volumi all’attivo, per oltre 200.000 copie vendute. Principali editori: Laterza, Sellerio, Pearson, Società Europea di Edizioni. Esperienze di ricerca: Italia, Francia, Austria, Germania
Docenze: 2003-2008, Università Cattolica, Milano, 2011-2012 Everest Academy Lugano.
Divulgatore giornalistico («Il Giornale») e radiofonico (Rai Radio2)
Socio fondatore, già direttore e consulente di 2 società di comunicazione: www.getset.it,www.linkink.ch
Sabato 13 dicembre 2014
Ore 11,00: Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata alla Chiesa di San Sepolcro.Costo 5 euro. Ritrovo davanti all'ingresso in Piazza San Sepolcro. A cura di Mauro Enrico Soldi. 
Ore 15,30Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato. A cura di Italia Medievale 
Ore 16.00Marina Montesano, Università di Messina: La cristianizzazione dell'Italia nel Medioevo.
Marina Montesano è nata a Bari il 18/05/1967. Si è laureata in Lettere e Filosofia presso l'Università di Bari nel 1990 con 110/110 e lode. Nello stesso anno ha vinto una borsa di dottorato triennale a Bari e una quadriennale a Firenze, scegliendo quest’ultima e cominciando il corso nel 1991.
Il 19 gennaio 1996 ha conseguito il dottorato di ricerca in Storia medievale presso l'Università di Firenze.
Dal 1999 è ricercatore di Storia medievale presso l'Università di Genova, dove ha anche svolto gli esami di idoneità per la prova di lingua inglese del Corso di Laurea in Storia della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova (secondo ordinamento 509).
Dall'a.a. 2009-2010 è professore a contratto di Storia medievale presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.
Dal 2011 è professore associato di Storia medievale presso l'università di Messina. Nello stesso anno è entrata a far parte del Collegio docenti del Dottorato di ricerca in "Storia delle forme culturali euromediterranee: studi storici, geografici, religiosi, linguistici e letterari".
E' stata Responsabile Scientifico dell'Unità di ricerca di Genova per il PRIN 2007 sul tema “Relazioni mercantili, diplomatiche e culturali tra Mediterraneo occidentale e Oriente”. Altri Responsabili Unità di Ricerca Alberzoni Maria Pia (Cattolica del Sacro Cuore) Benvenuti Anna (Firenze) Cardini Franco (SUM - Ist. Italiano di Scienze Umane Firenze) Rigon Antonio (Padova).
Sempre come Responsabile scientifico di Unità locale, questa volta a Messina, partecipa alla selezione PRIN 2010-11 nell’ambito del progetto su “Archeologia in Terrasanta: storia di una frontiera 'medievale'. Da Petra a Shawbak al Mediterraneo, fra stagioni crociate e rifondazione ayyubide”; coordinatore Vannini Guido dell’Università di Firenze. Il progetto ha passato la preselezione di giudizio esterno con referees internazionali.
Collabora con le pagine culturali del Manifesto e di Europa Quotidiano e scrive sulle riviste Medioevo, Civiltà e Storica del National Geographic.
I suoi interessi vertono sulla storia della cultura medievale, con particolare riferimento alle origini della caccia alle streghe, al rapporto tra medicina e magia, alla circolazione di temi e motivi culturali nelle società medievali, ai contatti tra Occidente e Oriente letti attraverso le fonti di storia della crociata e del pellegrinaggio.
Sabato 17 gennaio 2015 
Ore 11,00Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata alla Chiesa di Santa Maria del Carmine. Costo: 5 euro. Ritrovo davanti all’ingresso in Piazza del Carmine, 2. A cura di Maurizio Calì. 
Ore 15,30: Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato. A cura di Italia Medievale 
Ore 16,00Maria Pia Alberzoni, Università Cattolica di Milano: Francesco d’Assisi e la Chiesa di Roma. Maria Pia Alberzoni. Libero docente nel 1970, professore ordinario dal 1976, insegna Storia medievale nel corso di laurea in Storia, dove è anche docente di Letteratura di viaggio e storia delle relazioni internazionali. In precedenza ha insegnato Istituzioni medievali, Paleografia e Diplomatica, Epigrafia medievale e Archivistica. E’ stata Direttore dell’Istituto di Storia del medioevo e dell’espansione europea, Presidente del Corso di laurea in Storia, Direttore del Centro di ricerca in studi colombiani “Paolo Revelli”, membro del Centro interdipartimentale di studi canadesi e colombiani. Ha fatto parte della Commissione scientifica della Nuova Raccolta Colombiana e del Comitato nazionale per le celebrazioni di Cristoforo Colombo. E’ stata Vicepresidente della Società degli Storici Italiani e Presidente del Premio internazionale “Finale Ligure Storia”. Tra il 1997 e il 2002 è stata Assessore della Provincia di Genova alla cultura e ai rapporti con l’Università e ha fatto parte del Consiglio di Amministrazione della Fondazione Ansaldo. Attualmente è Presidente del Centro di Studi “Paolo Emilio Taviani” sulle relazioni internazionali dal medioevo all’età contemporanea, Presidente della Fondazione regionale per la cultura e lo spettacolo e membro del Centro di ricerca sul Nord America. Visiting professor in varie Università europee ed extraeuropee, membro di accademie e società scientifiche, ha compiuto ricerche di storia medievale e moderna in varie sedi internazionali. Nel 2003-2004 ha diretto la missione archeologica in Cina dell’Università di Genova e del Ministero degli Esteri. Autore di oltre quattrocento pubblicazioni, tra cui 12 libri e 22 curatele, è specialista di storia mediterranea e di storia delle relazioni internazionali e interculturali per l’età medievale e la prima età moderna. Premio “Anthia” 2004 per il libro “Guerrieri e mercanti. Storie del medioevo genovese” (Torino, 2004).
Sabato 14 febbraio 2015 
Ore 11,00: Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata alla Chiesa di Santa Maria Incoronata e Biblioteca Umanistica. Costo 5 euro: Ritrovo davanti all'ingresso in Corso Garibaldi 112. A cura di Mauro Enrico Soldi. 
Ore 15,30: Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato. A cura di Italia Medievale.
Ore 16,00
Marina Benedetti, Università degli Studi, Milano: I margini dell’eresia. 
Marina Benedetti è professore associato di Storia della Chiesa medievale e dei movimenti ereticali e di Storia del cristianesimo presso l'Università degli Studi di Milano. Si occupa di eresie, di inquisizione, di santità, di storia dei frati Minori e Predicatori, di storia delle donne, della cultura e della trasmissione e conservazione dei manoscritti inquisitoriali nel medioevo e nella prima età moderna. Un iniziale ambito di ricerca riguarda l’avventura religiosa dei devoti e delle devote di Guglielma di Milano.
Attualmente sta lavorando ai seguenti temi e progetti:
- Dolcino da Novara; Eresia e crociate; Valdesi medievali; Erudizione e inquisizione; Conservazione e trasmissione dei manoscritti inquisitoriali; Eretiche medievali.
- ideazione e realizzazione del volume sul medioevo (secc. VIII-XV) della Storia del cristianesimo coordinata da Emanuela Prinzivalli (in pubblicazione presso l’editore Carocci nel 2014).
- ideazione e realizzazione con il prof. Euan Cameron (Columbia University, New York) di un volume monografico sui Valdesi medievali (in uscita nella collana “Brill’s Companion to the Christian Tradition” nel 2015).
- responsabile del progetto di ricerca congiunto sulla recezione e trasformazione del culto dei santi medievali italiani nel Brasile in età moderna e contemporanea nell’ambito dell’accordo di cooperazione interuniversitaria internazionale tra l’Università degli Studi di Milano e l’Universidade Federal de Goiás/Campus de Catalão in Brasile (triennio 2013-2015).
- Ideazione e direzione con il prof. Grado Giovanni Merlo di “Fonti e documenti dell’inquisizione (secoli XIII-XVI)”, prima - e unica - collana dedicata alla pubblicazione e allo studio di processi inquisitoriali medievali.
Sabato 14 marzo 2015 
Ore 11,00Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata a San Pietro in Gessate. Costo 5 euro: Ritrovo davanti all'ingresso in Piazza San Pietro in Gessate, 12. A cura di Maurizio Calì. 
Ore 15,30Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato.. A cura di Italia Medievale. 
Ore 16,00Laura Fenelli, Kunsthistorisches Institut di Firenze: Dall’eremo alla stalla. Storia di Sant’Antonio Abate e del suo culto. 
Laura Fenelli consegue la laurea in lettere moderne presso l’Università di Bologna. Tesi in storia dell'Arte Medievale dal titolo "Sant'Antonio Abate. storia leggenda iconografia" seguita dai prof. Massimo Ferretti e Massimo Montanari.
2004-2006 Dottorato di ricerca in storia medievale. Le ricerche iniziali si sono concentrate sulla storia dei canonici regolari di sant'Antonio Abate, analizzando in particolare gli aspetti sociali, economici e assistenziali della vita dell'ordine (ricerche pubblicate nel volume Il tau, il fuoco e il maiale. I canonici regolari di sant'Antonio Abate tra assistenza e devozione, Spoleto, 2006).
Sabato 11 aprile 2015
Ore 11,00Milano e il Medioevo della santità: Visita guidata alla Chiesa di San Cristoforo. Costo 5 euro: Ritrovo davanti all’ingresso in Via San Cristoforo, 3. A cura di Mauro Enrico Soldi.
Ore 15,30: Medioevo Movie. Viaggio nel Medioevo filmato. A cura di Italia Medievale.
Ore 16,00Luigi Canetti, Università di Bologna: Devozione e ornamento nella religiosità medievale.
Luigi Canetti (Parma, 16 luglio 1966), dopo gli studi liceali e musicali, nell'ottobre 1985 si iscrive al corso di laurea in Storia (indirizzo medievale) presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli studi di Bologna. Segue, fra gli altri, i corsi di Ovidio Capitani, Antonio Carile, Lucio Gambi, Carlo Ginzburg, Alba Maria Orselli, Ezio Raimondi. Il 10 luglio 1990 consegue la Laurea in storia con punti 110 su 110, la lode e la dignità di stampa (relatrice Alba Maria Orselli, ordinario di Storia del Cristianesimo). La sua tesi verrà pubblicata nel 1993 dalla casa editrice Pàtron di Bologna («Gloriosa civitas». Culto dei santi e società cittadina a Piacenza nel Medioevo).Nel gennaio 1991 vince il concorso per una borsa di dottorato di ricerca in Storia medievale (Storia delle istituzioni ecclesiastiche) presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano (coordinatori del corso Pietro Zerbi e Giorgio Picasso). La dissertazione finale viene discussa a Roma, presso l'Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, il 16 settembre 1994, ed è stata pubblicata nel 1996 dal Centro Italiano Studi sull'Alto Medioevo di Spoleto in coedizione con la Società Internazionale per lo Studio del Medioevo Latino di Firenze (L'invenzione della memoria. Il culto e l'immagine di Domenico nella storia dei primi frati Predicatori). L'opera, nel giugno 1997, ottiene la qualificazione tra i quattro finalisti del «Premio Mario di Nola» per la saggistica storico-letteraria, bandito dalla Accademia Nazionale dei Lincei (commissione composta da Tullio Gregory, Arnaldo Pizzorusso, Vittorio Mathieu).

Fonte: http://medioevoinlibreria.blogspot.it/2014/09/medioevo-in-libreria-2014-2015.html

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