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domenica 4 settembre 2011
LA CULTURA DELL'IMAGO E IL SUO SENSO FIGURALE
sabato 3 settembre 2011
LUOGHI DI IMMAGINI E LUOGHI DI CULTO
PRATICHE E FUNZIONI DELLE IMMAGINI
SUPPORTI DI IMMAGINI DIVERSIFICATE
Fonte: La Civiltà Feudale, Gerome Baschet, Newton & Compton
UN MONDO DI IMMAGINI NUOVE
L'interdizione delle immagini materiali figurano nelle tavole della Legge di Mosè e numerosi passaggi dell'Antico Testamento denunciano le ricadute idolatre del popolo eletto, come l'adorazione del Vitello d'Oro. Del resto il giudaismo e l'islam non mancano di denunciare il carattere idolatro delle pratiche cristiane dell'immagina. Il cristianesimo dei primi secoli da prova di un vero e proprio odio del visibile, assimilato al mondo delle apparenze e dell'inganno. Il mondo cristiano conosce un grave periodo di denuncia delle immagine: iconoclastica. Il più intenso concerne l'Occidente bizantino che alterna tra il 730 e l'843 fasi di iconoclastia ed iconodulia. Secondo i sostenitori dell'iconodulia le immagini fanno discendere Cristo e i santi tra i fedeli per aiutarli nella loro difesa. Ma gli imperatori che resistono alla pressione musulmana affermano che le immagini sono la causa dello sdegno di Dio contro il suo popolo e raccomando di ammettere solamente simboli fondamentali come la croce. Una volta passato il momento di maggiore pericolo, l'ortodossia dell'iconodulia si impone definitivamente sulla base di una teologia dell'icona che vede in Giovanni Damasceno un importante rappresentante. L'accettazione delle immagini si accompagna ad alcune limitazioni, poichè se le icone rendono visibile l'invisibile e aiutano l'uomo ad avvicinarsi a Dio, esse non possono essere nè arbitrarie nè originali. Il dibattito bizantino ha ricadute anche in Occidente e il secondo concilio di Nicea del 787 che ristabilisce il culto delle immagini in oriente determina un conflitto tra la corte carolingia e il papato. Respingendo le posizioni di Adriano I di ammettere in Occidente un culto delle immagini identico a quello delle icone in Oriente, Carlo Margno recide i Libri Carolini che difendono una posizione molto restrittiva nei confronti delle immagini: bisogna diffidare dalle illusioni di cui esse sono portatrici. Secondo la corte carolingia le immagini non possono avere una utilità ridotta e bisogna guardarsi dal rendere loro un omaggio eccessivo. Conseguentemente la lista degli oggetti sacri che sono associati al culto cristiano sono l'ostia, le reliquie, la Scrittura e la croce. Se Carlo Magno cerca di dissociarsi dall'idolatria attribuita ai greci, sotto Ludovico il Pio, è l'eccesso contrario che si deve combattere il che comporta un atteggiamento più favorevole nei confronti delle immagini. In seguito alcuni momenti di forte rifiuto delle immagini fanno irruzione in Occidente in relazione con movimenti eretici. Nonostante avesse tentazioni iconoclaste, l'Occidente cristiano arriva ad accettare le immagini e a riconoscere loro un ruolo sempre più importante. Nell'anno 600 il papa condanna la la distruzione delle immagini e giustifica il loro uso affermando che esse rivestono una importante funzione di istruzione permettendo agli illetterati di comprendere la storia santa. Sono un sostituto del testo sacro, oggetto di una operazione lettura ma svalutate per lo status subalterno dei suoi destinatari. Sviluppando le idee di Gregorio, gli ecclesiastici qualificheranno le immagini come "lettere dei laici". La lettera di Gregorio va ricondotta alla preoccupazione di convertire i pagani e per questo deve legittimare l'immagine avvicinandola alla sola fonte di verità riconosciuta da tutti: la scrittura. Gregorio, inoltre, non menziona solo la funzione di istruzione delle immagini, ma sottolinea che contribuiscono a mantenere la memoria delle cose sante e che commuovono lo spirito umano, suscitando un sentimento che lo innalza verso Dio. Istruire, ricordare e commuovere sono i compiti dell'immagine. La maggior parte delle volte è la funzione emozionale ad essere sottolineata ed alcuni teologi come Tommaso d'Aquino ammettono anche che la devozione è più facilmente suscitata dalle immagini che si vedono che dalle parole che si ascoltano. Nei secoli XII e XIII la teologia occidentale dell'immagine valorizza il ruolo delle immagini, sviluppando il concetto di "transitus" secondo il quale attraverso la somiglianza delle cose visibili siamo innalzati fino a contemplare le cose invisibili. Sugerio, abate di Saint Denis, spinge questo concetto dell'immagine: per lui la profusione delle immagini e la ricchezza delle decorazioni contribuiscono a trasportare lo spirito umano verso le sfere celesti. Così per giustificare il culto delle immagini viene ripresa la formula di Damasceno secondo cui l'onore rese all'immagine porta verso la persona divina o santa che rappresenta. Così la distinzione in Oriente tra il culto di "latria" e quello di "dulia"(che si manifesta attraverso la prosternazione davanti ad oggetti sacri) si cancella con Alberto Magno e Tommaso d'Aquino il quale afferma che l'immagine di Cristo merita l'onore della latria così come lo stesso Cristo: da quel momento il culto reso all'immagine divine indivisibile dal culto reso al prototipo che rappresenta. venerdì 2 settembre 2011
FILIOQUE
L'espressione latina filioque significa"e dal figlio" e deve la sua importanza al fatto di essere stata aggiunta dalla Chiesa cattolica al testo del Credo niceno-costantinopolitano, nella parte relativa allo Spirito Santo: qui ex patre (filioque) procedit, cioè "che procede dal Padre (e dal Figlio)". Tale aggiunta fu condannata come eretica dal patriarca di Costantinopoli e fu una delle ragioni del Grande Scisma. Nel Credo, parlando della Trinità, si dice che il Figlio è generato dal Padre e che lo Spirito Santo "procede dal Padre" (nella redazione senza filioque) oppure che procede dal Padre e dal Figlio (nella redazione con il filioque). L'aggiunta del filioque modifica pertanto la relazione tra le persone della Trinità, aggiungendo alla precedente dottrina per cui lo Spirito Santo procede solamente dalla persona del Padre, quella secondo cui invece procede anche dalla persona del Figlio.Questo inciso fu inserito per la prima volta a Toledo, in Spagna, nel 587. In quell'epoca, l'arianesimo era molto diffuso, soprattutto nelle alte sfere della nobiltà visigotica spagnola. Questa versione del cristianesimo si differenziava dal cattolicesimo proprio in ambito trinitario. L'uso si diffuse poi in Francia, una roccaforte del cattolicesimo, anche se tra alcune incertezze. Infatti fu temporaneamente ripudiato al concilio di Gentilly del 767. Qualche anno dopo Carlo Magno convocò un concilio ad Aquisgrana nell'809 nel quale papa Leone III proibì l'utilizzo del filioque sotto minaccia di anatema per chi lo volesse utilizzare in futuro e ordinò che il Credo niceno venisse scolpito su tavole d'argento cosicché il testo non subisse variazioni. Si diffuse poi poco per volta in tutte le liturgie latine di rito romano.
La disputa sul filioque fu una delle ragioni dello scisma d'Oriente, addotta dal patriarca di Costantinopoli Fozio nel conflitto con il papa, ed è considerata come dottrina eretica dalla chiesa ortodossa. A Roma il filioque appare per la prima volta nel 1014 nella liturgia di incoronazione dell'imperatore Enrico II da parte di papa Benedetto VIII e fu aggiunto ufficialmente nel 1274 nel Secondo concilio di Lione, nel quale venne sancita una unione di breve durata fra oriente ortodosso e occidente cattolico. La disputa fu affrontata anche nel Concilio di Ferrara del 1438: qui i vescovi occidentali, come Luigi Pirano di Forlì, sostennero la legittimità della Chiesa di aggiungere chiarimenti o spiegazioni al simbolo. Attualmente, nella Chiesa cattolica, il filioque è utilizzato nelle liturgie latine (rito romano e ambrosiano), mentre nei riti orientali si utilizza la versione del Credo senza l'aggiunta, come nelle Chiese ortodosse.
La Chiesa dei Vecchi Cattolici utilizza la versione ortodossa del Credo senza il filioque. Il simbolo niceno con il filioque è utilizzato anche nelle liturgie luterane e calviniste, mentre fra gli anglicani la questione della sua rimozione è ancora aperta. l 13/09/1995 l'Ossevatore Romano pubblicava un documento secondo cui "la polemica che per secoli ha tormentato i rapporti fra Cattolici ed Ortodossi su questo punto in realtà, a livello teologico, non ha motivo di esistere, ma è dovuta ad incomprensioni ormai superate dalle chiarificazioni teologiche successive. Così la redazione de Il regno-doc XL (1995), pp. 592-595, presenta il documento: Il documento, nella versione pubblicata su L'Osservatore romano, non ha firma. La nota che precisa che la chiarificazione... è pubblicata a cura del Pontificio consiglio per la promozione dell'unità dei cristiani, compare in un riquadro."
Fonte: Wikipedia
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