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venerdì 27 gennaio 2012

LA BATTAGLIA DEL CAMPO DI SANGUE

Articolo a cura del dott. Fabio Ponti di www.talentonellastoria.com

“As-salam Aleikum, said”
“Aleikum As-salam, Mohammud, che ci fai di nuovo qui?”
“Signore, gli uomini di Il-Ghazi, da giorni ormai, sono accampati nelle colline qui intorno, ci tormentano con devastazioni, ruberie e stupri, non ne possiamo più! Noi ti paghiamo regolarmente i nostri tributi, Tu ci devi protezione!”
Deve essere andato più o meno così il colloquio tra Ruggero di Antiochia, e l’ambiguo rappresentante dei vassalli terrieri del suo Principato. Figuriamoci se lui, Ruggero, cuore normanno, discendente di Guglielmo l’eroe di Hastings, il Conquistatore dell’Inghilterra, di Roberto il Guiscardo, il liberatore dell’Italia meridionale dall’occupazione araba mussulmana, appartenente alla Casa degli Altavilla, la stessa di Boemondo e Tancredi, eroi della Prima Crociata, poteva accettare lezioni di onore e di coraggio da chicchessia, tantomeno da villici avvezzi a maneggiare più la zappa che la spada.
“E quanti sono Mohammud?”
“Non più di qualche migliaio, una sciocchezza per Te, said, Tu li hai già sonoramente sconfitti quattro anni fa a Tell Danith, ne farai un sol boccone anche questa volta!”
In quella melliflua risposta, in quelle parole intessute con infido pelo di sciacallo, si celava la vile menzogna, il subdolo inganno. Ad attendere Ruggero ed i suoi cavalieri, nascosti tra le colline di Antiochia e Aleppo, c’erano ventimila guerrieri turchi rinforzati da altri ventimila cavalieri del Turkmenistan, guerrieri la cui crudeltà e ferocia era leggendaria. Ruggero conta i suoi uomini: 700 cavalieri e 2-3000 fanti, ma non si fida del tutto del suo vassallo, ed un messaggero, ventre schiacciato sul dorso del cavallo, vola a Gerusalemme a chiedere rinforzi al Re Baldovino II. Ma l’onore di Ruggero non può aspettare oltre, esitare ad uscire per affrontare i turchi significherebbe mandare un messaggio di debolezza e di paura sia ai suoi vassalli che ai suoi nemici, e poi lo smisurato orgoglio normanno giudica una inferiorità numerica di 1 a 10 ma anche di 1 a 20, un rapporto di forze accettabile tra crociati e mussulmani. Come un sinistro presagio, il Patriarca di Antiochia, dopo avere inutilmente cercato di dissuadere Ruggero dall’uscire allo scoperto con i pochi uomini a sua disposizione, insistendo invano affinché attendesse i rinforzi da Gerusalemme, chiede di confessare e comunicare tutti gli uomini che si apprestano alla missione. Ruggero mostra tranquillità, in quel 27 giugno del 1119, tanto che si concede anche una battuta di caccia con il falcone nelle campagne circostanti Antiochia, e solo quando uno dei suoi uomini mandato in perlustrazione con altri esploratori, torna solo ed insanguinato e gli rivela la terribile verità, si rende conto di essere caduto in una trappola senza scampo. La notte nel campo cristiano trascorre insonne, a rendere la tensione ancora più palpabile ci si mette anche un mistico chiaroveggente che diffonde profezie di sventura. L’alba rivela spietatamente la drammaticità della situazione in cui i crociati sono finiti, tutte le colline circostanti appaiono presidiate da moltitudini di guerrieri turchi con i loro sgargianti stendardi che indicano le più svariate provenienze, il loro imam aveva edotto i loro cuori sul Jihad a cui erano chiamati, rendendoli partecipi del sacro dovere da compiere: vendicare venti anni di sconfitte subite da questi uomini vestiti di ferro, uomini fino a quel momento apparsi invincibili. Il sermone sortì l’effetto voluto, motivando fino allo spasimo gli animi di quella moltitudine di combattenti, nei loro cuori non c’era solo voglia di vittoria e di rivincita ma tanta rabbia e tanta frustrazione accumulata in venti anni di umiliazioni, c’era sete di vendetta, e poteva essere placata solo con il sangue cristiano.
Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, come si addice ai cavalieri, per la difesa della fede, Avanti!”, queste le ultime parole pronunciate da Ruggero prima dell’impetuosa violentissima carica crociata, quell’impatto tremendo fece sbandare ed arretrare le forze turche che si trovarono a fronteggiarlo, ma dalle colline circostanti sempre più numerosi contingenti mussulmani rimpiazzavano quelli che venivano sbaragliati, alla fine l’accerchiamento si strinse intorno a Ruggero ed ai suoi cavalieri fino a chiuderli in una morsa letale. Prodigi di valore si susseguirono nelle fila crociate, si distinse in particolare Rinaldo di Mansoer, che lasciò ammirati per coraggio mostrato perfino i suoi ferocissimi avversari, Ruggero venne trovato con l’elmo spaccato fino al naso da un colpo di ascia, la strage fu terribile, i più fortunati morirono sul campo, i meno fortunati furono presi prigionieri. La sete di vendetta accumulata in tutti quegli anni poté finalmente essere soddisfatta, i prigionieri vennero condotti nudi in catene al cospetto di Il-Ghazi, che con sadismo in quella torrida giornata di fine giugno, fece portare otri di fresca acqua a quei guerrieri assetati e sfiniti da quel confronto impari, ma chiunque tentasse di raggiungere il sollievo a portata di mano veniva letteralmente fatto a pezzi, nell’accampamento turco l’intera notte passò nell’accanirsi nei più efferati supplizi inflitti nei confronti di quei prigionieri. Ne vennero risparmiati alcuni, ma non per pietà bensì per non privare la plebaglia di Aleppo del divertimento di poter anch’essa torturare a morte quegli sventurati, vennero trascinati in catene per i venticinque chilometri che li dividevano dalla cittadella di Aleppo, dove alcuni furono inchiodati alle porte delle moschee e bersagliati con frecce, altri furono sottoposti alle più brutali torture fino a che la strage non fu completa. Il Ghazi, in un lampo di imprevedibile magnanimità, decise che l’unico cavaliere a cui avrebbe risparmiato la vita sarebbe stato Rinaldo di Mansoer, testimoniandogli così il grande valore mostrato in battaglia e sostenendo che un simile guerriero non meritava di morire in catene ma solo brandendo la spada. Rinaldo si ritirò a vita monastica nella tetra fortezza di pietra nera di Al Marqaba, la stessa dove circa 70 anni dopo sarebbe approdato Riccardo Cuor di Leone, colui che avrebbe fatto più volte tremare il mondo mussulmano, ma Rinaldo dopo quella sanguinosa battaglia non volle mai più brandire la spada e preferì una vita di preghiera. Il Ghazi risparmiò anche il cronachista di Ruggero, Gualtiero il Cancelliere, affinché potesse narrare la prima grande vittoria dell’Islam sugli infedeli, ma Gualtiero nelle sue cronache si attenne solo agli episodi riguardanti la battaglia e si rifiutò di narrare quanto vide nella foresta di Sarmàda, affinché, sue parole testuali “a nessuno in futuro possa mai più venire in mente di eguagliare tanta feroce barbarie”. Il Ghazi e i suoi guerrieri del Turkmenistan, sprecarono di fronte alla Storia la grande occasione per essere ricordati come i primi che compirono un grande passo verso il vittorioso Jihad contro gli infedeli, macchiando con una inutile folle crudeltà quella che sarebbe potuta essere una gloriosa pagina di valore mussulmano. Poco dopo, ma troppo tardi per Ruggero ed i suoi uomini, arrivò Baldovino II da Gerusalemme con tutto il suo esercito, sorprese Il Ghazi nuovamente a Tell Danith, dove nella tenda di Ruggero stava festeggiando la vittoria con i suoi uomini ancora ebbri di vino e di sangue cristiano, non ne lasciarono vivo nemmeno uno, se non lo stesso Il-Ghazi che miracolosamente riuscì a mettersi in salvo, per poi morire poco dopo a causa dei suoi eccessi.
Ormai il seme dell’odio aveva attecchito rigoglioso, soppiantando ogni forma di pietas cristiana e di misericordia mussulmana, e trasformando l’Oltremare in una terra dove le tigri irrompevano libere. Dopo quella tragica e torrida notte del 28 giugno 1119, quell’angolo di foresta tra la Siria e la Turchia, sarà ricordato nei libri di Storia come il luogo della“Battaglia del Campo di Sangue”. La Leggenda vuole che da quel lontano giorno di giugno, ogni primavera, in quel tratto di campagna tra Aleppo ed Antiochia, nascano solo fiori rossi, rossi come il sangue di Ruggero e dei suoi valorosi cavalieri, sono i Fiori del “Campo di Sangue” di Sarmàda. 

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