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lunedì 7 marzo 2016

LA SOVRAPPOSIZIONE DELLE PRATICHE CULTURALI NELLO SGUARDO DI ALCUNI STORICI


Nonostante l’evangelizzazione cercasse di eliminare definitivamente le pratiche folkloriche dagli usi religiosi, almeno in una fase iniziale, in un secondo tempo dovette fare i conti con la necessità di farne proprie alcune espressioni, per poter rendersi comprensibili anche alle masse rurali. Jacque Le Goff, nel suo saggio “La civiltà dell’Occidente Medievale” del 1981, sostiene, infatti, che, dopo le invasioni barbariche del V sec., le popolazioni urbane si rifugiarono in campagna, creando, in questo modo, delle unità isolate, che si ripiegarono in sé stesse, scavando un solco sempre più profondo con le élites urbane più acculturate. Egli descrive, a riguardo, “piccole unità ripiegate su sé stesse, poste in mezzo ai deserti: foreste, lande, terreni incolti”.

In questo isolamento demografico, che diventa nel tempo anche, e soprattutto, culturale, si accentua maggiormente la creazione di pratiche ibride di religiosità, ed infatti, come nota sempre le Goff, il VI sec. è il periodo “dei concili e dei sinodi”, tesi a dare ai fedeli delle direttive univoche nel culto, ed espressioni rituali ortodosse accettate da tutti. A riguardo, lo storico parla di “stratificazione”, intendendo, però, esprimere più la compresenza di piani diversi, che non la predominanza di un’unica realtà coesa; tutto ciò, per Le Goff, si ottiene tramite un sistema che definisce quello dell’”istupidirsi per conquistare”, acquisito e riproposto dall’élite culturale cristiana altomedievale, consapevolmente o meno, per cercare di diffondere l’ortodossia. 

A tale riguardo lo storico riporta la posizione di Agostino di Ippona, dichiarerà di preferire essere compreso, piuttosto che l’ammirazione dei retori. Dunque, si può evidenziare la creazione di uno strato intermedio dell’elaborazione di concetti religiosi, sia sul piano delle pratiche rituali, sia su quello del linguaggio e  della comunicazione, dovuta alla difficoltà di assimilazione, da parte delle masse, di concetti elaborati, come anche pone in evidenza Aron Gurevich, nel 1981, nel saggio “Contadini e santi. Problemi della cultura popolare nel Medioevo”.

Anche Santo Mazzarino, nel 1988, attraverso il saggio “La fine del mondo antico”, si pronuncia su questo tema, e afferma che quella che lui definisce “rivoluzione cristiana” si inserisce nell’ampia crisi socio-politica tardoimperiale, che si esprimeva in una durissima repressione delle masse contadine, in cui il piano religioso si sovrappone a quello sociale e politico, dando un’alternativa di speranza di riscatto.

Articolo di Valentind D'Innocenzi. Tutti i diritti riservati.

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